31 dicembre 2014 16:15

Tra i tanti record stabiliti dal “novennato” di Giorgio Napolitano come presidente della repubblica c’è anche quello di essersi rivolto direttamente agli italiani, con i suoi messaggi di fine anno, più a lungo e più diffusamente di qualsiasi altro esponente politico o istituzionale nella storia repubblicana. Ma che storia ha raccontato Napolitano in quelle sue 17.700 parole scandite a reti unificate a un popolo in attesa di mettersi a tavola per il cenone del 31 dicembre?

Il coraggio e la politica

Tra il 2006 e il 2014 l’Italia raccontata dal Quirinale è un paese che deve ritrovare il coraggio di rinnovarsi reperendo nella sua storia valori e stimoli, ma avendo ben presenti i suoi malanni cronici. Bisogna guardare al futuro, ai giovani e ai bambini, ritrovando la speranza di poter diventare una comunità più giusta e coesa. Per farlo la strada maestra indicata da Napolitano è quella della politica, vissuta come partecipazione alle scelte generali di cui ha bisogno la collettività.

Dunque basta gridare, alzare i toni, scontrarsi su tutto. Basta con il frastuono generale che fa allontanare i cittadini prima dai partiti e poi dalla politica in generale e li fa rinchiudere nel proprio orizzonte personale e privato. Pur nel rispetto di idee diverse occorrono stabilità e intese tra i partiti. Ma da dove parte il rinnovamento italiano? Napolitano nei suoi tanti discorsi ha delle ricorrenze quasi fisse: la ricerca scientifica, l’innovazione del mondo produttivo, il grande recupero del Mezzogiorno del paese e della sua città più rappresentativa, Napoli, che il presidente ama ricordare spesso, essendoci nato e cresciuto.

Le citazioni

Sono solo quattro le citazioni rintracciabili in quasi dieci anni di discorsi: Benedetto Croce sul ruolo della politica, la frase apotropaica di Franklin Delano Roosevelt sulla paura della crisi economica (”L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”) e le parole dei due papi Benedetto XVI e Francesco sulla sobrietà e sulla fraternità. Poi tante lettere private degli italiani a cominciare da quella che un diciannovenne condannato a morte della Resistenza scriveva a sua madre: “Ci hanno fatto credere che ‘la politica è sporcizia’ o è ‘lavoro di specialisti’, e invece la cosa pubblica siamo noi stessi”.

Le larghe intese

Giorgio Napolitano entra in carica nel 2006 all’indomani delle elezioni politiche del quasi pareggio tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Assegna l’incarico di guidare il governo a Prodi ma già nei suoi primi mesi di mandato dovrà assistere alla radicale contrapposizione tra le coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Da qui, oltre che da una convinzione più profonda, nasce il suo primo monito ad abbassare i toni a non far scivolare il paese nell’antipolitica e l’auspicio che si possa prima o poi trovare il modo per varare una stagione di intese tra le forze politiche per mettere mano alle riforme istituzionali di cui l’Italia ha bisogno.

Lette in controluce quelle parole dei primi anni fanno intendere come non sia un caso, ma una volontà del presidente, da lui stesso richiamata più volte, a averci condotto, dopo i due anni di governo Prodi e i quattro di Berlusconi, alle stagioni di “larghe intese” di Mario Monti, Enrico Letta e, seppur asimmetricamente, del governo Renzi.

Non è un caso se per i suoi primi cinque messaggi di fine anno Napolitano non citi mai per nome nessun esponente politico e solo nel 2011 sottolinei esplicitamente il passaggio dal governo Berlusconi a quello Monti. Ma il mutamento politico, alla prova dei fatti e al confronto con una crisi economica che prostra l’Italia, non riesce a essere all’altezza delle aspettative. Nemmeno le riforme istituzionali, a cominciare da quella elettorale, invocate puntualmente fin dal 2006, riescono ad andare in porto.

E così il presidente che più volte negli anni aveva messo in guardia i partiti dal “frastuono” del loro continuo scontrarsi solo per ragioni tattiche perdendo di vista l’interesse comune e che aveva costantemente invitato i cittadini a credere nella politica, nel messaggio del 2012 si lascia andare ad amare considerazioni: “I giovani hanno più motivi per essere aspramente polemici, nel prendere atto realisticamente di pesanti errori e ritardi, scelte sbagliate e riforme mancate, fino all’insorgere di quel groviglio ed intreccio di nodi irrisolti che pesa sull’avvenire delle giovani generazioni. I giovani hanno dunque ragioni da vendere nei confronti dei partiti e dei governi per vicende degli ultimi decenni”.

La crisi e il Mezzogiorno

Nel 2006 l’occupazione cresce e, pur richiamando la necessità di ridurre il pesantissimo debito pubblico e di rispettare i vincoli europei, il messaggio di Napolitano ispira ottimismo. Ma, fin da allora, il pensiero del presidente si sofferma sul Mezzogiorno: “Non si può fare a meno del grande potenziale rappresentato dal Mezzogiorno, occorre metterlo a frutto con politiche incisive e coraggiose”. Sarà questo, insieme alla necessità di sostenere la ricerca scientifica, uno dei temi costanti nei discorsi di fine anno.

Il 2007 è ancora un anno di crescita, seppur contenuta, e Napolitano insiste sull’idea di lavorare per rendere l’Italia un paese con più giustizia sociale e meno diseguaglianze. Chiede agli italiani di essere esigenti verso loro stessi e di sfidare le “paure che non fanno ragionare e i particolarismi che non fanno decidere”.

Con il 2008 entra la parola “crisi” nei discorsi. Non ne uscirà più. Arriva dapprima come eco degli sconquassi finanziari degli Stati Uniti, poi come elemento concreto della vita degli italiani. Napolitano cerca di esorcizzarla citando, come ricordato prima, l’espressione del presidente americano che sconfisse i fantasmi della crisi del 1929, ma da subito rivendica anche un linguaggio di verità che non faccia sprofondare gli italiani nel pessimismo e li spinga ad uscirne con coraggio e lungimiranza.

Con il passare degli anni, pur cercando costantemente di infondere fiducia, anche nei messaggi del presidente diventa un dato acquisito che l’Italia e l’occidente che usciranno dalla crisi avranno prospettive molto diverse da quelle conosciute finora: “Se il sogno di un continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi occidentali non più perseguibile, ciò non significa che si debba rinunciare al desiderio e alla speranza di nuovi e più degni traguardi da raggiungere nel mondo segnato dalla globalizzazione”.

Operai e sindacati

Tra gli italiani colpiti più duramente dalla crisi, diverse volte Napolitano cita la classe operaia, ma in numerose occasioni fa seguire l’invito alle loro organizzazioni a non arroccarsi sulla difensiva: “Non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell’Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale”.

Allo stesso modo, nei confronti dei lavoratori che con l’infuriare della crisi restano scoperti da ogni forma di assistenza dello stato, Napolitano nota che “occorre definire nuove forme di sicurezza sociale che sono state finora trascurate a favore di una copertura pensionistica più alta che in altri paesi o anche di provvidenze generatrici di sprechi”.