15 dicembre 2020 13:18

Che questi siano gli anni del fungo lo ha spiegato bene Merlin Sheldrake nell’Ordine nascosto e anche Anna Tsing in The mushroom at the end of the world, in cui narra le meraviglie del fungo matsutake, che nasce nei luoghi disastrati dall’uomo. E curiosamente parla di funghi una delle canzoni più eleganti del Quadro di Troisi, duo composto da Donato Dozzy ed Eva Geist. Il brano, intitolato Beata, fa così: “Hai mai pensato cosa fanno nelle foreste i funghi, sono un’altra specie, portano equilibrio nell’intero ecosistema”. Grazie a questo passaggio l’album omonimo del duo di pop d’avanguardia, che rimanda alla migliore tradizione italiana degli anni ottanta, aiuta a capire che forse le metafore e i concetti che abbiamo usato per inquadrare la nostra nostalgia in ambito musicale stanno lasciando il passo ad altro.


Per un po’ è stato tutto retromania e fantasmi, pensavamo sempre a Mark Fisher per spiegare il malinconico ritorno dell’uguale. E se invece nel disco del Quadro di Troisi la memoria e gli echi di Alice e dei Matia Bazar fossero radici piantate nel futuro a partire da una storia ben conservata? Paradossalmente, i synth dell’italo-disco riproposti da Dozzy e Geist sono perfetti per veicolare questo messaggio. Proteggono la radice e tengono in equilibrio l’ecosistema, dato che sono strumenti arcani ma inevitabilmente un po’ fantascientifici. Più che fantasmi, nei pezzi del Quadro di Troisi si sentono spore benigne. Più che il collasso del futuro, la rigenerazione di un ecosistema.

Questo articolo è uscito sul numero 1388 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati