21 luglio 2020 10:52

Ho scoperto The Trinity session dei Cowboy Junkies (i cowboy tossici) a metà anni novanta, quando lavoravo nel reparto musica di una grande libreria di Roma. Il mio collega Stefano lo mise su e ne vendemmo subito quattro copie (ancora si vendevano i cd): chiunque entrasse nel reparto ci chiedeva che musica fosse e se lo prendeva. La quinta copia me la comprai io a fine giornata.

I Cowboy Junkies, una band alt country canadese molto influenzata da post punk e new wave, che aveva debuttato nel 1986, registrò The Trinity session in una sola seduta e con un solo microfono posizionato al centro della Church of the Holy Trinity di Toronto. Nessuna sovraincisione e nessun effetto speciale: solo una delicata trama acustica, l’incantevole voce di Margo Timmins e il riverbero della chiesa. L’album parte con la versione a cappella di un canto tradizionale dei minatori (Mining for gold), poi comincia il programma che è un misto di standard folk, country e gospel con qualche pezzo inedito della band. Spiccano una cover memorabile di Sweet Jane dei Velvet Underground e un’impalpabile e notturna Blue moon interpolata in un pezzo inedito.

La musica dei Cowboy Junkies è talmente minimale e impressionista da perdere i suoi contorni country folk per entrare in un territorio onirico e sospeso. The Trinity session ha avuto un buon successo di critica e ha fatto decollare la carriera dei Cowboy Junkies negli Stati Uniti, ma da noi lo hanno sentito in pochi. Per me regalarlo agli amici, comprarlo e ricomprarlo in ogni formato è stata quasi una missione degli ultimi vent’anni.

Cowboy Junkies
The Trinity session
RCA, 1988