27 luglio 2020 13:25

Disambiguazione: qui non si parla di Mandy Moore (con due o). Per la starlet pop dei primi anni duemila e cantautrice incompresa degli anni dieci cliccate con fiducia qui. Ci tengo a sottolinearlo perché se cercate su Google Mandy More (con una sola o), cantautrice britannica dei primi anni settanta altrettanto incompresa, sarete rimandati sempre a Mandy Moore con due o.

Amanda Campbell-Moore (in arte Mandy More, con una sola o) è nata a Leeds nel 1945 e ha avuto una discreta carriera come attrice teatrale e cantante di musical. Nel tempo libero componeva canzoni. Un bel giorno del 1969, mentre era impegnata nella tournée del musical Hair, un altro cantante della compagnia sentì un suo demo che, dopo un po’ di passaparola, arrivò sulla scrivania di Tony Hall, capo della promozione della Decca e amicone dei Beatles e dei Rolling Stones. Hall fece firmare subito a Mandy un contratto per un album.

But that is me uscì per la Philips nel giugno del 1972 ed è un luminoso album di debutto. Mandy More si rivela non solo un’ottima cantante, ma anche una portentosa arrangiatrice e musicista. Ascoltato oggi sembra uno strano anello mancante tra Dusty Springfield e David Bowie: le composizioni di More oscillano tra intimismo, misticismo un po’ allucinato e baroque pop psichedelico di quegli anni.
If not by fire, con le sue distorsioni, sembra un pezzo dei Portishead in anticipo di vent’anni; Harvey Muscletoe ricorda la Kate Bush di Lionheart e la sua cover di God only knows dei Beach Boys è una radicale, meravigliosa reinvenzione pop.

L’album non ebbe alcun successo e la carriera pop di Mandy More si fermò lì. Non l’aiutò la Philips, che scelse come singolo radiofonico la ballata progressive-religiosa Come with me to Jesus. A noi non resta che riascoltare But that is me e apprezzare il talento di una musicista che meritava molto di più.

Mandy More
But that is me
Philips, 1972 / Sunbeam records 2009