04 ottobre 2021 12:23

Dopo la morte di Aretha Franklin, Chaka Khan è probabilmente la più grande cantante soul vivente. Definirla solo una cantante soul però è riduttivo: Khan è una cantante jazz, rhythm and blues, pop e funk. Soprattutto funk. “Il funk è una forma percussiva di rhythm and blues che enfatizza il groove”, scrive il critico Tony Bolden nel suo libro Groove theory. “Gli ascoltatori entrano in sintonia con la melodia e la pulsazione ritmica della musica. Rimangono avvinti o immersi psicologicamente, ed esprimono gioia ballando o con altre forme di movimento”. La gioia del funk, la sua evidente carica sessuale e la sua forza liberatoria, Chaka Khan le esprime con la voce, una delle più inconfondibili e potenti della storia della musica afroamericana. La sua voce si appoggia sul groove, salendo sempre più in alto ci vola sopra e, alla fine, lo usa come àncora per tornare sulla terra, anzi sulla pista.

Solitamente Chaka Khan è descritta come una forza della natura, un talento naturale e selvaggio, indomabile come la sua chioma. Il suo stesso nome d’arte, Chaka, in lingua yoruba significa “donna di fuoco”. E spesso sono i critici e i fan bianchi che amano descriverla come questa esotica, indomita creatura. Peccato che non facciano i conti con la consapevolezza che Chaka Khan ha sempre avuto del contesto storico e politico in cui lavorava e in cui creava. Altro che talento selvaggio, altro che istinto: Khan è stata attiva nel movimento delle Black Panther fin da adolescente, ha studiato, ha marciato, ha curato un programma di colazioni gratuite per i figli degli attivisti, ed è sempre stata una militante per i diritti civili e una femminista radicale. Tanto radicale che ben presto si è allontanata dalle Black Panther perché, sorpresa, la marginalizzavano in quanto donna.

La militanza aveva dato autodeterminazione e forza a Chaka Khan, che ha deciso di cantare per incoraggiare la sua comunità, per comunicare un’idea di forza e di riscossa. “La mia identità di cantante mi ha aiutato a mandare un messaggio di emancipazione senza neanche doverlo esplicitare nelle parole delle canzoni”, ha detto in un’intervista del 2007 con la critica e scrittrice LaShonda Katrice Barnett.

Fin dal suo debutto con il gruppo funk multietnico Rufus, diventato presto Rufus featuring Chaka Khan, Khan ha fatto attivismo anche solo uscendo sul palco, guidando una band di soli uomini, spesso vestita in modo molto succinto e scandaloso anche per i permissivi anni settanta. Che, ricordiamolo, erano permissivi solo per certe categorie di persone e in determinati contesti socioculturali, non certo per le donne nere. Nelle sue canzoni Chaka Khan non ha mai parlato (se non molto di rado) della situazione dei neri in America ma ha preferito usare la gioia, il godimento, come unico criterio e obiettivo poetico. La gioia di un canto potentissimo, capace di essere cristallino e intonato o libero d’improvvisare come un solista jazz. Khan ha più volte detto che i suoi veri insegnanti di canto sono stati la tromba di Miles Davis e il sax di Charlie Parker.


Nel 1979, quando comincia a lavorare al suo secondo album solista, Naughty, Chaka Khan è una grande star. E anche il suo produttore, il turco-americano Arif Mardin, è una grande star: ha già lavorato con Carly Simon, Petula Clark, Dusty Springfield e aveva prodotto quel capolavoro del gospel che è Amazing grace di Aretha Franklin. Non è un periodo facile per Chaka: ha divorziato da poco ed è dipendente da alcol e cocaina. Non è molto in sé: è convinta che la sua casa in California sia infestata dai fantasmi di quattordici vergini native americane sacrificate anticamente su quel terreno. Eppure quando si tratta di entrare in studio e cantare, torna a essere perfettamente lucida. Arif Mardin le garantisce il meglio che lo show business musicale americano può offrire: una band di prima grandezza che vede tra gli altri un bassista leggendario come Anthony Jackson e un batterista fuoriclasse come Steve Ferrone. Ad arrangiare i cori c’è Luther Vandross e tra le coriste spicca il nome di Cissy Houston che un giorno porta in studio la figlia sedicenne, Whitney, per farla armonizzare con lei. In Our love is in danger, un magnifico pezzo funk pieno di inflessioni gospel, ai cori ci sono Luther Vandross, Cissy e Whitney Houston.

La qualità dei pezzi selezionati da Chaka Khan e Arif Mardin è altissima e abilmente orientata sul pop più sofisticato: l’album si apre con Clouds, un torrenziale pezzo disco-funk che sembra anticipare la house music e, subito dopo, Get ready, get set rallenta per riportarci alle radici funk del suono di Chaka. Uno dei pezzi forti dell’album (e l’unica vera hit) è Papillon (aka Hot butterfly), un pezzo scritto dal pianista e cantautore Gregg Diamond, originariamente cantata da Luther Vandross che lo aveva conosciuto durante le sessions di Young americans di David Bowie. Affidata a Chaka Khan Hot butterfly diventa un tour de force elettrizzante di variazioni e abbellimenti.

Naughty non piace molto quando esce, nonostante il blando successo di Papillon (aka Hot butterfly) e nonostante Clouds venga suonata spesso nelle discoteche. Tanto spesso che nel 1989 viene remixata in chiave deep house da Robert Clivillés e David Cole (ovvero i C+C Music Factory). Per la critica di allora Naughty è troppo pop e troppo poco funky, tutti hanno nostalgia della Chaka esplosiva che infiammava i concerti dei Rufus e che dava un calcio al microfono per mettersi alla batteria. Eppure è proprio la sua leggerezza e la sua sofisticazione a rendere Naughty così speciale. La gioia del canto, quella gioia del funk che era anche la spinta esistenziale della musica di Chaka Khan, scalda ogni pezzo di questo magnifico disco che davvero vale la pena di riascoltare.

Chaka Khan
Naughty
Warner Bros., 1980