Ecco una previsione: scommetto che mai nella vostra vita proverete una tentazione tanto intensa di dire “ok, boomer” e andarvene, come dopo un’ora di visione di Apollo 10 e mezzo (Apollo 10 1⁄2: A space age childhood), il film di Richard Linklater attualmente disponibile su Netflix.

Questo film di animazione, realizzato con la tecnica del rotoscoping digitale e altri effetti di animazione 2D molto vecchia scuola, dura appena novantotto minuti, ma, se ce la farete a guardarlo dall’inizio alla fine in una sola volta, complimenti per la vostra capacità di resistenza. E non credete alle pubblicità che vi raccontano che si tratta di un film su un bambino di quarta elementare selezionato dalla Nasa per testare una navicella spaziale che per errore è stata costruita troppo piccola per essere usata da un astronauta adulto e che quindi finisce per diventare la prima persona a mettere piede sulla Luna. Tutto ciò suona accattivante, ma è un mero trucchetto per incastrarvi e attirarvi in questo sdolcinato tributo alla vita della famiglia tipo della classe media che abita alla periferia di Houston, città dove Linklater è cresciuto proprio ai tempi del lancio dell’Apollo 11 verso la Luna, nel 1969.

A 62 anni, lo scrittore-regista-produttore Linklater non dovrebbe avere l’età anagrafica per sdilinquirsi di nostalgia come invece fa in questo film autobiografico, quindi suppongo che sia semplicemente vecchio di spirito. Questo sguardo al passato, un ritorno a una versione addolcita e romanzata della sua infanzia, è così lento, così sentimentale, così carico di amore per gli usi, i costumi, i modi di comportarsi dei vecchi tempi, che è difficile da sopportare. E il fatto che Linklater riconosca di tanto in tanto che potevano anche esserci aspetti negativi nel mondo di allora, come per esempio la parte su come le punizioni corporali fossero comunemente usate e largamente accettate dai ragazzini che con mansuetudine subivano le botte da parte di chiunque – dai genitori agli insegnanti ai vicini di casa – non fa che peggiorare la situazione. La sua ammirazione per quel mondo è così marcata che potrebbe essere scambiato per un nonnetto confuso, di quelli che continuano a insistere sul fatto di aver preso un sacco di botte, sì, ma di essere comunque venuto su bene.

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Quel che è peggio è che la cultura americana degli anni cinquanta continuava ad andare per la maggiore nei sobborghi abitati dai bianchi delle classi medie, quindi nel 1969 questa famiglia chiaramente ispirata a quella del regista viveva praticamente ancora come negli anni cinquanta, eccetto per qualche hippie che di tanto in tanto spuntava fuori nel campus del college locale o per il nuovo disco dei Beatles in cui si faceva riferimento alle droghe. A parte ciò, tutto è rimasto fermo all’idea di famiglia numerosa (in questa di figli ce ne sono sei) in cui ai papà spetta il compito di lavorare e guadagnare i soldi per sfamare tutti e le mamme, invece, stanno a casa, preparano sandwich con pane bianco, mortadella e insalata per pranzo mentre i figli si divertono facendo giochi salutari sul prato perfetto davanti a casa.

Oh, e non dimentichiamoci che la tv allora era fantastica! C’è una lunga e appassionata celebrazione della vasta gamma di programmi televisivi – Dark shadows, Gunsmoke, Vita da strega, Lucy ed io e così via – trasmessi da quella nuova cosa detta syndication, un gruppo emittenti consorziate tra loro. Anche le merendine erano super e pure le partite di dodgeball al parco giochi e il modo in cui i ragazzini riuscivano a farsi portare nei retro dei pickup senza preoccuparsi minimamente per la loro sicurezza. Del resto, praticamente tutto era grandioso. Era una vera età dell’oro.

Dei piccoli accenni a opinioni controcorrente appaiono fugacemente: “Lasciate perdere la Luna e portate un po’ di quel denaro a Harlem!”, dichiara un afroamericano intervistato alla tv

È incredibile leggere dalle sue interviste che Linklater non pensa di essere stato nostalgico, né in modo semplice né stucchevole, e anzi dichiara: “Odio l’atteggiamento nostalgico come strumentalizzazione culturale a fini economici, moltissimo…”. Eppure sarebbe quasi impossibile trovare una rappresentazione meno critica e più appassionata della cultura che era dominante negli anni della sua infanzia.

Dei piccoli accenni a opinioni controcorrente appaiono fugacemente. In un film dedicato a celebrare la grandezza del programma spaziale della Nasa, c’è una breve parentesi su chi non era dell’opinione che fosse così magnifico. Un afroamericano, intervistato alla tv mentre la famiglia la guarda, dichiara: “Lasciate perdere la Luna e portate un po’ di quel denaro a Harlem!”.

È la stessa citazione, dalla stessa intervista, che appare in Summer of soul, il film documentario del 2021, in cui molto spazio viene dedicato a questo argomento e in cui si dà forte risalto alla poesia di Gil Scott-Heron Whitey on the Moon (Un bianco sulla Luna) che è perfettamente calzante. In Apollo 10 e mezzo invece questo momento di rifiuto finisce prima che lo si possa percepire. Dopo che la sorella maggiore di Stan, la tipa tosta che ama il rock e si interessa del resto del mondo, dice “Forza, avanti così!” e il padre di Stan, un moralista tutto d’un pezzo con il tipico taglio a spazzola da militare che lavora alla Nasa e dirige il reparto spedizioni, le risponde con una smorfia di rabbia.

La tecnica e gli aspetti positivi
Ovviamente, il film ha anche dei lati positivi. Nel complesso è ben fatto e poi nel cast c’è Jack Black, di nuovo con Linklater dopo molti anni dal fantastico School of rock, che fa un buon lavoro, anche se un po’ marginale, nei panni di Stanley adulto che fa da voce narrante del film rivedendo se stesso bambino ossessionato dallo spazio.

Colpisce la tecnica di realizzazione del film, vista la scelta di Linklater di tornare a usare una versione moderna della vecchia tecnica del rotoscoping, la stessa usata nel 2001 in Waking life e nel 2006 in A scanner darkly. Il dettaglio del mezzo di comunicazione dentro il film è un’ottima trovata, perché la famiglia guarda costantemente la televisione. Così Johnny Cash o Walter Cronkite o Dark Shadows, o qualsiasi altra cosa vada in onda, è reso più vago e astratto, in contrasto con i tratti netti e decisi della “vita reale”. Per dirla con le parole dello stesso Linklater: Walter Cronkite nella tv fa un effetto tipo “ è lui, ma non è lui. È il mio ricordo di lui”. La sua versione animata ti dà l’impressione che sia “leggermente sfocato.” È lui, la voce è la sua, ma ciò nonostante somiglia più a un personaggio del mondo dell’immaginazione, dove vivono anche i ricordi.

Linklater in un’intervista ha dichiarato di aver scelto questo stile di animazione per Apollo 10 e mezzo perché voleva dargli un taglio all’antica, bidimensionale, che è ciò che l’esperto di animazione che da tempo lavora con lui, Tommy Pallotta, ha descritto come “i cartoni del sabato mattina che incontrano gli anime”.

Forse lo avrò notato soltanto io, ma trovo che il rotoscoping, in generale, anche quando combinato allo stile decisamente più organico degli effetti di animazione 2D, tenda ad avere un che di serio e di adulto. Solo in poche occasioni questa tecnica dà la spiacevole sensazione di inquietudine da zona perturbante che nulla ha a che vedere con i bellissimi, divertenti ed elastici cartoni del sabato mattina che ricordo. Alcune immagini del giovane Stan nella capsula spaziale della sua missione di fantasia sono davvero bellissime e allo stesso tempo inquietanti, sembra sia un raga rappresentato in maniera realistica, sia un ragazzino alieno dall’aria solenne, solo, che fissa il pianeta Terra dallo spazio sconfinato.

Non è la prima volta che Linklater combina un approccio interessante dal punto di vista della forma con un lungo sguardo amorevole a un ragazzo che attraversa il processo di crescita. A qualcuno viene in mente Boyhood? Nel caso di Apollo 10 e mezzo però bisogna avere un enorme appetito per i dettagli della fin troppo familiare era di cui Linklater parla se si vuole rimanere sul film. Rappresenta un vero e proprio seguito del nauseabondo Tutti vogliono qualcosa del 2016, così zeppo di rimpianto nostalgico; un’altra celebrazione romanzata di se stesso e di quella orribile cultura. In quel caso, la storia ruota intorno a un giovane giocatore di baseball texano patito di sport che è al primo anno di college nel 1980. Quel film vorrebbe farvi credere che Linklater e i suoi amici atleti pieni di sé, i “pezzi grossi” del campus, fossero amati da tutti, dagli sfigati del corso di teatro ai punk.

In effetti è inquietante pensare che Linklater potrebbe stare ripercorrendo la sua vita al contrario attraverso il suo lavoro – e che dopo questo film potrebbe arrivare fino ai suoi primissimi anni di vita negli anni sessanta e celebrarli nello stesso modo antiquato, con la stessa noiosa cura per i dettagli. Poi immagino che dopo verrebbe la rappresentazione della gioventù dei suoi genitori, negli anni cinquanta, film che probabilmente si chiuderebbe con il momento in cui lui non era altro che “un bagliore negli occhi di suo padre”, come si diceva in quei vecchi, gloriosi, o presunti tali, tempi.

(Traduzione di Mariachiara Benini)

Questo articolo è uscito sul trimestrale statunitense Jacobin.

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