Un giovane migrante afgano su un autobus in partenza da un centro di accoglienza a Saint-Omer, in Francia, diretto nel Regno Unito, il 18 ottobre 2016.

L’Europa è un luogo sempre meno accogliente con i profughi afgani

Un giovane migrante afgano su un autobus in partenza da un centro di accoglienza a Saint-Omer, in Francia, diretto nel Regno Unito, il 18 ottobre 2016.
19 dicembre 2016 12:23

“Questo accordo è una catastrofe”. Su Skype l’immagine di profilo di Abdul Ghafoor lo mostra sorridente, ma la sua voce è preoccupata. Ci siamo dati appuntamento per parlare della Joint way forward on migration issues between Afghanistan and the European Union, l’intesa firmata il 2 ottobre 2016 a Kabul per “avviare un processo rapido, efficace e gestibile per il rimpatrio agevole, dignitoso e ordinato dei cittadini afgani che non hanno i requisiti previsti per entrare, trovarsi o risiedere nel territorio dell’Unione europea”.

Abdul ha già vissuto quest’esperienza. Nel 2013, dopo aver trascorso tre anni in Norvegia senza riuscire a ottenere l’asilo, è stato espulso e messo su un volo per l’Afghanistan, un paese dove non aveva mai messo piede. Come centinaia di migliaia di figli di profughi afgani, Abdul è nato e cresciuto in Pakistan, eppure, una volta a Kabul, ha deciso di restare e ha cominciato a raccogliere le testimonianze delle persone rimpatriate, pubblicandole online, in inglese. È così che l’ho conosciuto, capitando sul suo blog, ancora oggi una delle poche fonti di informazioni – insieme alle ricerche di un pugno di studiosi e di associazioni – su ciò che accade ai cittadini afgani dopo la loro espulsione dall’Europa.

La prima volta che siamo entrati in contatto Abdul aveva avviato il suo progetto da qualche mese. “Andavo in giro per la città, incontravo le persone nei bar, mi facevo raccontare le loro storie”, ricorda. Oggi Abdul ha un ufficio – la sede della sua ong, Afghanistan migrants advice and support organisation, creata nel 2014 – e assumerà presto degli assistenti grazie al sostegno di un’organizzazione internazionale. È l’unica buona notizia che mi dà nel corso della nostra conversazione. “L’Afghanistan deve già occuparsi dei profughi che il Pakistan e l’Iran stanno mandando via, oltre a quasi 1,5 milioni di sfollati, quasi tutti causati dalla guerra. Fino al 2014 i taliban controllavano solo il sud del paese, ora invece hanno conquistato molte altre province, anche nel nord. E il gruppo Stato islamico è sempre più presente. Le autorità non sono in grado di accogliere decine di migliaia di persone respinte dall’Europa”.

Una distinzione inutile per un paese in guerra
Eppure è proprio quello che si aspetta l’Unione europea, che in un documento riservato del marzo 2016 spiegava così la necessità di un accordo di cooperazione con l’Afghanistan in materia di rimpatri: “I migranti afgani si dividono tra: profughi, provenienti da aree colpite da conflitti (che hanno diritto all’asilo), e migranti economici (che non hanno diritto all’asilo)”, precisando che “nel futuro prossimo potenzialmente potrebbe essere necessario rimpatriare più di ottantamila persone”. Non bisogna essere un grande esperto di Afghanistan per sapere che la situazione nel paese è estremamente instabile, il che rende impossibile la distinzione tra aree sicure e aree colpite da conflitti.

Molti afgani espulsi, una volta raccolte energie e risorse, si rimettono in viaggio per l’Europa

I rimpatri verso l’Afghanistan non sono una novità. Alcuni stati dell’Unione europea li eseguono da anni con una certa frequenza, in particolare il Regno Unito, la Svezia e la Danimarca (oltre alla Norvegia, che fa parte dello spazio Schengen). All’inizio del 2015, poco dopo il suo insediamento, il ministro afgano per i profughi e i rimpatri, Sayed Hussain Alimi Balkhi, ha dichiarato che l’Afghanistan non era un paese sicuro, invitando le autorità europee a sospendere i rimpatri. “Per qualche mese le espulsioni sono diminuite”, racconta Abdul, “ma il ministro ha ricevuto molte pressioni, sia interne sia esterne. Gli ambasciatori di Regno Unito e Norvegia hanno chiesto di incontrarlo per esprimere il loro malcontento”. Alla fine del 2015 le operazioni di rimpatrio sono tornate ad aumentare.

La Norvegia, che un tempo organizzava un’espulsione alla settimana, dall’inizio del 2016 è passata a due espulsioni settimanali. Altro fatto preoccupante: il governo norvegese rimpatria sempre più famiglie. Tra le tante che ha incontrato Abdul ci sono i Farhadi, che a novembre, un mese dopo il loro arrivo a Kabul, sono scampati per un soffio a un attentato, e gli Hamidi, vittime di un’espulsione particolarmente violenta ad agosto. “Sono già ripartiti”, mi racconta Abdul. “L’ultima volta che ho parlato con loro erano al confine tra il Pakistan e l’Iran”. Come gli Hamidi, molti afgani espulsi, una volta raccolte energie e risorse, si rimettono in viaggio per l’Europa.

Aggirare il problema
Per rimpatriare un cittadino di un paese terzo che non ha “i requisiti previsti per entrare, trovarsi o risiedere nel territorio dell’Unione europea”, l’ambasciata o il consolato del paese di origine deve confermarne l’identità e la nazionalità e dare il via libera all’espulsione. Questa è la teoria. In pratica, quando le autorità di un paese europeo hanno a che fare con uno stato terzo poco collaborativo, cercano di aggirare il problema.

Un primo modo è quello di ricorrere al lasciapassare europeo, che permette di mettere su un aereo una persona da rimpatriare senza il consenso del paese di destinazione. Creato nel 1994, criticato per il suo dubbio valore legale, nel 2016 questo documento è stato rimesso a nuovo, nella speranza che “la presentazione più accurata e le informazioni più precise riescano a piegare la resistenza dei paesi terzi”, come denuncia l’Associazione europea per la difesa dei diritti dell’uomo. Un altro modo per superare questa resistenza consiste nello stringere degli accordi bilaterali, che possono essere dei semplici protocolli d’intesa o degli accordi di riammissione vincolanti sul piano giuridico. In entrambi i casi lo scopo è creare un quadro, più o meno costrittivo, che permetta di semplificare e velocizzare le operazioni di rimpatrio. Negli ultimi quindici anni diversi paesi europei hanno così firmato degli accordi bilaterali per facilitare il rimpatrio dei cittadini afgani la cui richiesta di asilo era stata respinta.

Afgani tornati a Kabul dopo che la loro richiesta d’asilo in Germania è stata rifiutata, il 15 dicembre 2016.

Il primo tentativo di coordinare al livello europeo le espulsioni verso l’Afghanistan risale al 2002. Il numero di richieste di asilo presentate da cittadini afgani nei quindici stati membri era aumentato in modo significativo, passando da 16.800 nel 1999 a 38.600 nel 2001. Con il pretesto della caduta dei taliban, il Consiglio dell’Unione europea adottò un piano per i rimpatri, sostenendo che l’Afghanistan era diventato un paese sicuro e che i rimpatri potevano contribuire allo sviluppo del paese “in termini di risorse umane e capacity building”. “Invece di raggiungere l’obiettivo dei rimpatri in Afghanistan negoziando un accordo di riammissione”, scrive Nils Coleman nel saggio del 2007 Terrorism and the foreigner, “si cercò una soluzione più rapida. Il piano europeo per i rimpatri in Afghanistan era un quadro flessibile che forniva una ripartizione dei compiti tra stati membri e Commissione”. Il piano non portò a grandi risultati, ma all’epoca gli stati dell’Ue non potevano ancora contare sul sostegno di Frontex, l’agenzia europea nata nel 2004 e adesso incaricata di coordinare le operazioni di rimpatrio previste dalla Joint way forward.

Con il passare del tempo l’intesa del 2002 ha perso valore mentre gli arrivi di cittadini afgani, soprattutto negli ultimi anni e soprattutto in Germania, sono aumentati con regolarità, fino a diventare la nazionalità più rappresentata dopo i siriani. Nel 2015 178.200 afgani hanno presentato una prima richiesta di asilo in un paese dell’Unione europea (il quadruplo rispetto al 2014). Sempre nel 2015 il tasso di rifiuto in prima istanza per i richiedenti asilo afgani è stato del 33 per cento nell’Unione europea.

Anche se la Germania non è il paese dove sono state registrate più richieste, è però quello dove sono arrivati più afgani, prima di proseguire verso un altro stato membro o di essere individuati come cosiddetti casi Dublino (dal nome del regolamento europeo in base al quale si determina lo stato membro responsabile dell’esame di una richiesta d’asilo, spesso il paese d’ingresso nell’Unione europea) ed essere trasferiti altrove.

Il tasso di rifiuto in Germania era il più alto della media europea (circa il 55 per cento), ma questo non sembrava scoraggiare gli afgani in cammino verso l’Europa. Nell’ottobre del 2015 il ministro dell’interno tedesco Thomas de Maizières ha annunciato che la Germania intendeva rimpatriare in Afghanistan i richiedenti asilo respinti (fin lì abbandonati in una sorta di limbo giuridico, né protetti né espulsi), e che per farlo avrebbe esortato l’Unione europea a negoziare un accordo con il governo di Kabul. Se non fosse stato possibile, la Germania avrebbe ripiegato su un accordo bilaterale.

Alla fine sono andati in porto entrambi gli accordi o, meglio, un unico accordo sdoppiato in due documenti molto simili, che non a caso sono stati firmati lo stesso giorno, il 2 ottobre, nella stessa città, Kabul. L’influenza della Germania in Europa si manifesta anche così.

Il messaggio è chiaro: alla lotta contro l’immigrazione cosiddetta irregolare ci pensa la Commissione (insieme ai governi nazionali), il parlamento europeo si limiti a guardare

Già nel marzo del 2016 l’organizzazione Statewatch aveva avuto accesso e pubblicato una nota preparatoria riservata sull’accordo tra l’Unione europea e l’Afghanistan, poi, a settembre, ha diffuso la bozza della Joint way forward che stava per essere firmata. Mentre la nota era passata quasi inosservata, la Joint Way forward è stata ampiamente commentata e criticata. A differenza degli accordi di riammissione che l’Unione europea finora ha stretto con diciassette paesi, accordi che devono essere approvati dal parlamento europeo, l’intesa con l’Afghanistan tecnicamente è uno “statement”, una dichiarazione non vincolante sul piano giuridico. Come osserva Tony Bunyan, direttore di Statewatch, “l’equivoco accordo tra l’Unione europea e la Turchia è passato attraverso due ‘lettere’ e una ‘dichiarazione’, ora per l’accordo con l’Afghanistan abbiamo di nuovo una ‘dichiarazione’. Ancora una volta vengono aggirati il processo legislativo e lo scrutinio parlamentare. Ancora una volta il Consiglio dell’Unione europea mostra il suo disprezzo per lo stato di diritto”.

Il parlamento europeo ha reagito alla Joint way forward rivolgendo un’interrogazione verbale alla Commissione durante la plenaria di ottobre, interrogazione che verteva sulla mancata consultazione degli eurodeputati. Nel suo ufficio di Bruxelles, l’eurodeputata svedese Malin Björk ammette di essere delusa. “Invece di affrontare a fondo la questione, ci siamo limitati al piano tecnico”, commenta.

Malin Björk fa parte di Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica, uno dei gruppi che hanno presentato l’interrogazione. “Il nostro gruppo avrebbe preferito una risoluzione, perché a quel punto i deputati devono prendere posizione e votare, ma per questo serviva l’accordo della conferenza dei presidenti di commissione del parlamento europeo, che non è stato raggiunto. Abbiamo una maggioranza problematica, con alcuni eurodeputati che sono apertamente razzisti. A volte mi dico che, se messo al voto, l’accordo con la Turchia rischierebbe di essere approvato. Ma almeno quando le cose vengono discusse in parlamento sono più trasparenti e abbiamo la possibilità di denunciare il valore politico di questi accordi”.

Apparente umiltà e notevole creatività
Per la Commissione è stato facile parare il colpo: gli articoli del trattato di Lisbona relativi alla consultazione del parlamento sugli accordi di riammissione non si applicano perché quello con l’Afghanistan non è un accordo di riammissione. Lo ha sottolineato nel suo intervento in aula Dimitris Avramopoulos, commissario europeo per la migrazione, gli affari interni e la giustizia, prima di concludere invitando gli eurodeputati a considerare la Joint way forward “sotto una luce positiva, a considerarla uno strumento che, pur avendo solo la modesta natura di semplice dichiarazione congiunta, può contribuire ad avviare il dialogo e la cooperazione tra l’Unione europea e l’Afghanistan sulle questioni migratorie”. Il messaggio, dietro la sua apparente umiltà, è chiaro: alla lotta contro l’immigrazione cosiddetta irregolare ci pensa la Commissione (insieme ai governi nazionali), il parlamento europeo si limiti a guardare.

Lo stesso giorno in cui la Joint way forward era discussa in Parlamento, ventisei organizzazioni, tra cui le italiane Naga ed Emergency, hanno pubblicato una lettera aperta al parlamento europeo esortandolo a mantenere la pressione sulla Commissione in vari modi: monitorando l’attuazione dell’accordo e analizzandone la legalità, organizzando un’audizione parlamentare e delle missioni in Afghanistan, assicurandosi che “l’integrità degli aiuti umanitari e allo sviluppo sia salvaguardata”.

Nei rapporti con i paesi di origine e di transito dei cosiddetti flussi migratori, quest’integrità è andata a farsi benedire da tempo. È dagli anni novanta, da quando cioè l’Unione europea ha cominciato a inserire delle clausole di riammissione negli accordi di cooperazione, che gli aiuti allo sviluppo sono usati per ricattare i paesi terzi e trasformarli in guardie di frontiera delocalizzate.

Nulla di nuovo, quindi, ma bisogna riconoscere alla Commissione Juncker la creatività con cui sforna strumenti al servizio di questa politica. A giugno ha annunciato un “nuovo quadro di partenariato” che consentirà una “cooperazione rafforzata con i paesi terzi per una migliore gestione della migrazione”. “Una combinazione di incentivi positivi e negativi sarà integrata nelle politiche Ue nel campo dello sviluppo e del commercio”, si legge nel comunicato, “per ricompensare i paesi disposti a collaborare in modo efficace con l’Unione nella gestione della migrazione e garantire che quelli che si rifiutano di farlo ne subiscano le conseguenze”. Difficile essere più espliciti.

Migranti afgani e iracheni partecipano a un corso di orientamento per richiedenti asilo a Berlino, in Germania, l’11 novembre 2016.

Con l’Afghanistan l’Unione europea non ha osato essere così esplicita. Nel testo della Joint way forward si evitano riferimenti agli aiuti allo sviluppo, ma nel documento riservato di marzo il Consiglio sottolineava che per convincere il governo di Kabul a firmare l’intesa si poteva usare “l’incentivo positivo” della conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan del 4-5 ottobre, in cui la comunità internazionale avrebbe concordato gli aiuti da versare al paese nei prossimi anni.

Non è stato semplice far ingoiare la pillola alle autorità afgane. Fino all’ultimo le divisioni interne al governo di unità nazionale hanno rischiato di far saltare la firma della Joint way forward, come racconta la ricercatrice Jelena Bjelica sul sito dell’Afghan analysts network. A differenza del presidente Ashraf Ghani, favorevole all’intesa, il ministro degli esteri, Salahuddin Rabbani, e quello per i profughi e i rimpatri, Sayed Hussain Alimi Balkhi, non si sono piegati alle pressioni e hanno rifiutato di firmare il documento. In un intervento al parlamento afgano, Rabbani ha dichiarato: “I paesi europei ci hanno detto: ‘O vi diamo degli aiuti per i profughi afgani nei nostri paesi o per i progetti di sviluppo in Afghanistan. Potete scegliete tra queste due opzioni’. Hanno spiegato molto chiaramente che non possono aiutare l’Afghanistan in entrambi i campi”.

Un attore politico
Il 2 ottobre la Joint way forward è stata firmata dalla viceministra per i profughi e i rimpatri, Alema Alema, vicina al presidente Ashraf Ghani. Tre giorni dopo l’Unione europea si è impegnata a versare, per il periodo 2017-2010, circa cinque miliardi di euro in aiuti. “L’Unione europea è in primo luogo un attore politico, e solo in secondo luogo un donatore”, commenta Kadri Soova di Picum (Platform for international cooperation on undocumented migrants), una delle organizzazioni che hanno firmato la lettera aperta al parlamento europeo. “La Commissione non cerca nemmeno di nascondere questa posizione”. Chi ha cercato di nasconderla è stata invece Federica Mogherini, alta rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che in quell’occasione ha dichiarato: “Gli aiuti allo sviluppo non sono mai, mai condizionati a ciò che facciamo in materia di politiche migratorie”.

Per oltre due mesi non ci sono più state comunicazioni ufficiali sulla Joint way forward. Il 16 novembre l’organizzazione Access Info Europe ha presentato una richiesta di accesso a una serie di documenti relativi al gruppo di lavoro congiunto incaricato di “facilitare” e “monitorare l’attuazione della dichiarazione” (l’elenco delle riunioni del gruppo di lavoro fino al 1 marzo 2017, i nomi dei presenti e gli ordini del giorno). La Commissione avrebbe dovuto rispondere entro il 9 dicembre, ma qualche giorno prima Dana Spinant, a capo dell’unità migrazione irregolare e politiche di rimpatrio, ha informato Access Info Europe che era necessaria una proroga “perché la richiesta di accesso riguarda un numero importante di documenti”. Il nuovo termine è fissato al 9 gennaio.

Il 12 dicembre, tredici richiedenti asilo respinti, alcuni di loro minorenni, sono stati espulsi in Afghanistan su un volo coordinato e finanziato da Frontex

Fino a pochi giorni fa l’unico effetto visibile dell’accordo era il panico che si stava diffondendo tra i richiedenti asilo afgani, come ha raccontato Younous Muhammadi, presidente del Forum greco per i rifugiati, che ai primi di dicembre era a Bruxelles per partecipare a un incontro sui rimpatri organizzato da Picum. Muhammadi è afgano e vive dal 2001 in Grecia, dove ha ottenuto lo status di rifugiato. Ha dedicato i sette minuti di parola a sua disposizione alla situazione dei suoi connazionali in quegli stati membri che, sulla base degli accordi bilaterali con il governo di Kabul, si stavano già accanendo contro gli afgani. “Svezia, Germania e Norvegia hanno accelerato i tempi di esame delle richieste di asilo”, ha raccontato. “In Norvegia e in Finlandia ora i richiedenti asilo vengono messi in detenzione quando ricevono il primo rifiuto per evitare che scappino in un altro stato dell’Ue”.

Svezia e Finlandia hanno firmato un protocollo d’intesa con l’Afghanistan il 4 ottobre, ai margini della conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan. Il 29 novembre il parlamento afgano ha bocciato l’accordo con la Svezia. Il ministro svedese della giustizia e delle politiche migratorie, Morgan Johansson, non è sembrato turbato. “Anche se non possiamo applicare un accordo bilaterale, possiamo sempre applicare l’accordo tra l’Unione europea e l’Afghanistan”, ha dichiarato in un’intervista a Radio Sweden il 30 novembre. Probabilmente sapeva già che la prima operazione organizzata nel quadro della Joint way forward – un’espulsione collettiva dalla Svezia e dalla Norvegia – era prevista a breve. Il 12 dicembre, tredici richiedenti asilo respinti, alcuni di loro minorenni, sono stati espulsi in Afghanistan su un volo coordinato e finanziato da Frontex. Abdul Ghafoor li ha incontrati al loro arrivo a Kabul. “Dicono che possiamo stare in albergo quattordici giorni”, ha raccontato Ali Mohammadi, diciassette anni. “La mia famiglia vive in Iran e non conosco nessuno a Kabul. Non so cosa farò quando non potrò più stare in albergo. Ci sono molte altre persone nella mia situazione. Non so cosa fare, sono incapace di prendere una decisione. Non so cosa fare…”.

La vita in terra tedesca
Il giorno dopo da Francoforte è partito un volo charter della compagnia Meridiana, il primo organizzato nel quadro dell’accordo bilaterale con la Germania. A bordo c’erano trentaquattro richiedenti asilo afgani respinti. Inizialmente dovevano essere cinquanta (l’accordo bilaterale, come la Joint way forward, prevede che i rimpatri non volontari riguardino al massimo cinquanta persone per volo), ma dieci di loro si sono volatilizzati prima del volo mentre l’espulsione di altri sei è stata sospesa da un ricorso. Centinaia di persone si sono radunate all’aeroporto di Francoforte per protestare contro l’operazione e ricordare che l’Afghanistan non è un paese sicuro. Berlino intanto ha già annunciato un’altra espulsione collettiva per il 7 gennaio.

Nel 2015, mentre cominciava a negoziare il suo accordo bilaterale, la Germania ha lanciato la campagna #RumoursaboutGermany per convincere gli afgani che la vita in terra tedesca non era rosea come si raccontava. Anche la Joint way forward parla di “informazione e sensibilizzazione”. Nella terza parte del documento si legge infatti che “il governo dell’Afghanistan prenderà le misure necessarie per sensibilizzare la popolazione sui pericoli della migrazione irregolare” e che l’Unione europea “contribuirà al finanziamento di queste campagne di informazione”. Rispondendo a una mia richiesta di chiarimenti, un funzionario dell’Unione europea ha presentato la cosa in modo un po’ diverso: “L’Unione europea sta preparando una campagna di sensibilizzazione in Afghanistan per il 2017, nella quale le autorità afgane saranno coinvolte da vicino”.

È quindi a Bruxelles, non a Kabul, che sarà elaborata la campagna, molto probabilmente da una delle agenzie di comunicazione a cui la Commissione europea appalta questo tipo di lavori. “La campagna sarà finanziata dal Fondo asilo, migrazione e integrazione”, ha precisato il funzionario, anche se il messaggio da far passare sarà: abbandonate ogni sogno di emigrare, chiedere l’asilo e integrarvi in Europa. Rimanete dove siete. Rassegnatevi.

La seconda parte di questo articolo è uscita il 9 febbraio 2017.

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