22 maggio 2013 12:48


Paolo Sorrentino

La grande bellezza

Concorso, Italia 142’

Abbiamo visto il film di Paolo Sorrentino. E, da romani, la sua visione disgustata della Roma contemporanea ci ha incantati. Nel complesso, è un poema postmoderno. La grande bellezza è quella di una Roma quasi perennemente estiva e serale – un eterno salotto di bassa lega, un salottino da tv, come la Roma politica dove deambulava il Divo Giulio era un eterno Bagaglino televisivo, entrambi sospesi nel tempo – filmata da angolazioni che fanno spesso diventare luoghi notissimi, come il Colosseo o addirittura piazza Navona, per qualche momento luoghi sconosciuti anche per un romano. Suscitando così nello spettatore un sentimento di straniamento, di spaesamento, che è il medesimo dei personaggi, del protagonista, in un paese, forse anche un pianeta, ormai privo di bussola: che ne sarà di noi? Una grande bellezza che non si vedeva dai tempi di una Roma di Federico Fellini (anche se in quel film a tratti vi era un approccio documentaristico e si sfrecciava nella notte), altro maestro di visioni inedite del già noto (cioè maestro nel farci vedere con occhi nuovi quel che è già noto) per parlare di una grande bruttezza.

Anche Roma era una sorta di girandola dove tutto era una festa, ma in realtà con qualcosa di mortifero. Qui la festa è quella di una Roma “bene” ormai solo volgare e ostentatrice, mentre nel film di Fellini l’oggetto del filmato era il “popolo”, autentico anche se volgare. In Sorrentino tutti sono ancora più morti. Ne ha perfettamente coscienza il personaggio interpretato da Toni Servillo, assieme testimone e protagonista di questo piccolo mondo cinico e dalla cultura più o meno finta. Servillo riesce a dare un malinconico spessore umano alla rappresentazione di un mondo vuoto di gente vuota, una rappresentazione come mai si era vista prima. Forse, la più perfetta vista finora. La saturazione del colore – colori tipici del postmoderno, secondo la lettura dello statunitense Frederic Jameson – è anch’essa perfetta per accompagnarci in uno degli ultimi universi dove la modernità ha lasciato il posto al simulacro postmoderno. Questa è la denuncia migliore: attraverso la farsa e la trasfigurazione poetica. Anche al prezzo di saturarci, a tratti, con l’eccesso di vuoto e di battute vuote.

Correzione, 22 maggio 2013. Nella versione originale dell’articolo c’era scritto “Teatro di Marcello” invece di “Colosseo”.