18 agosto 2016 19:00

Il festival di Locarno non ha nulla da temere per il futuro, vista la qualità della selezione e la quantità impressionante di opere prime e seconde presentate. Si conferma un luogo di scoperte innovative, in grado di fare concorrenza a Cannes e Venezia (vedremo cosa ha preparato Alberto Barbera per questa nuova edizione).

Le scoperte di Locarno in chiusura del Concorso internazionale si sono arricchite con il poetico Dao Khanong della tailandese Anocha Suwichakornpong (al secondo lungometraggio) e con Bangkok nites di Katsuya Tomita, film godibilissimo nonostante le tre ore di durata, un divertente spaccato della comunità giapponese nei bordelli di Bangkok che potrebbe avere nelle nostre sale un suo successo .

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Il festival di Venezia, con la direzione di Barbera, si è calato non poco nella realtà del cinema d’autore più estremo, ma ha avuto il grande merito di proporre con costanza anche i documentari, un ambito in cui spesso sono racchiuse le innovazioni più significative.

Da questo punto di vista Venezia sembra aver recepito la lezione di Locarno, che per anni ha insistito su cineasti come lo spagnolo Albert Serra, il brasiliano Pedro Costa o il filippino Lav Diaz. È solo una dimostrazione d’intelligenza, quella di portare al Lido un regista come Diaz. Ora Venezia deve però far scoprire opere forti e innovative, che nascondano dentro al cavallo di Troia del cinema d’autore anche quello del cinema innovativo. E al tempo stesso il festival di Locarno avrà lo stimolo giusto per cercare nuovi Lav Diaz o Pedro Costa.

Il palmarès del Concorso internazionale di Locarno è stato più deludente di quello del 2015, dove tutti i titoli premiati erano di alta qualità e dove l’unico neo era stato rappresentato dal mancato premio a Bella e perduta di Pietro Marcello, che meritava come minimo il Gran premio della giuria, se non il Pardo d’oro.

I successi del cinema dell’Europa dell’est

Era lecito aspettarsi più coraggio nelle scelte del presidente della giuria, il messicano Arturo Ripstein, che l’anno scorso a Venezia presentò il surreale e iconoclasta La calle de la amargura, riproposto anche qui a Locarno, un film che presenta una qualche prossimità con il cinema inclassificabile di Alejandro Jodorowsky (a proposito, Jodorowsky quest’anno ha ricevuto il Pardo d’onore e Internazionale l’ha intervistato, leggerete presto l’articolo sul sito).

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Le opere premiate a Locarno sono tutte di alto livello, fatto salvo il Pardo d’oro andato alla regista bulgara esordiente Ralitza Petrova per Godless, film che si è aggiudicato anche il premio per la miglior interpretazione femminile. Un lungometraggio d’esordio merita sempre una certa benevolenza: Godless non mi è dispiaciuto per l’acutezza della scrittura e della regia, ma non mi è sembrato avere quel grado d’innovazione, originalità e profondità visto in altre opere, in particolare nei due film portoghesi Correspondências e O Ornitólogo, a cui è andato il Pardo per la miglior regia.

Al film di Petrova ho preferito anche Inimi cicatrizate, secondo lungometraggio del romeno Radu Jude, che potrebbe ben funzionare nelle nostre sale, a cui è andato invece il secondo premio in ordine gerarchico, il Premio speciale della giuria.

O Ornitólogo, di cui abbiamo già scritto durante il festival, avrebbe meritato una considerazione maggiore. È comunque interessante registrare come alla giuria sia piaciuto il cinema dell’Europa dell’est, quest’anno molto presente nella selezione del concorso: due film bulgari, il romeno citato e il polacco Ostatnia Rodzina di Andrzej Seweryn (secondo film) a cui è andato invece il premio per la miglior interpretazione maschile.

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Decisamente più convincente il lavoro della giuria di Cineasti del presente, la principale sezione parallela dove tendenzialmente si trovano molte nuove scoperte, che era presieduta da Dario Argento. In questa sezione El auge del humano dell’argentino esordiente Eduardo Williams ha vinto il premio principale (Nescens) e ha conquistato una menzione speciale nella sezione delle migliori opere prime (First features).

El auge del humano (coprodotto con Brasile e Portogallo) ci propone un viaggio abbastanza incredibile nel quale internet, a volte usata per questioni poco nobili o legate alla sempre facile sopravvivenza, dà luogo alla rappresentazione di una generazione mondiale interconnessa e trasversale tra ceti sociali, popoli e geografie, come ha dimostrato la campagna del senatore statunitense Bernie Sanders.

Il film è ambientato in luoghi geografici che sono al tempo stesso riconoscibili e astratti. È chiara la volontà del regista di togliere tutti i punti di riferimento allo spettatore, ma questo, invece che sfidare il pubblico, non fa che appesantire il racconto della storia. Il pedinamento dei protagonisti nell’ombra, al tramonto o al crepuscolo, testimonia che Eduardo Williams è un regista empatico, capace di ampliare la forza di un itinerario sempre in bilico tra concreto e astrazione, tra l’ombra e la luce.

Ottimo il premio per il miglior regista emergente, andato al giapponese Mariko Tetsuya, al suo secondo lungometraggio con Destruction babies, che nei ripetitivi e surreali pestaggi da manga per adolescenti giapponesi rivela pian piano un ritratto originale di comportamenti sociali volti all’autodistruzione, forse una metafora dell’intera società giapponese.

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In Destruction babies ci sono personaggi ben assortiti di una generazione leggera nel suo cinismo infantile, allo sbando, priva di punti di riferimento ma che nella sua anarchia non esprime nulla di alternativo rispetto all’ordine costituito ed è quindi altrettanto ipocrita e insensibile.

Azzeccata anche la menzione speciale a Viejo Calavera del boliviano esordiente Kiro Russo, un ritratto intenso e nitido di un adolescente in una comunità di minatori che non riesce ad accettare l’ambiente a cui è predestinato: la sua aggressività è un urlo irrazionale di disperazione che rimbalza lungo il film come una pallina impazzita in un flipper. Russo, nel filmare i paesaggi notturni della Bolivia – con tagli d’inquadrature magici quasi da alba dei tempi che fanno da contrappunto al nero della miniera e agli anfratti claustrofobici – rivela anche una sensibilità rara da cineasta di poesia.

Un po’ meno convincente, invece, il premio speciale della Giuria Ciné+ Cineasti del presente, andato a The challenge dell’italiano Yuri Ancarani, autore della fotografia e del montaggio oltre che della regia. Questo riconoscimento l’avrebbero meritato di più Destruction babies e soprattutto Viejo Calavera.

Lavori un po’ troppo calcolati

Yuri Ancarani, al suo esordio, nei suoi corti esplora i rapporti tra cinema documentario e arte contemporanea, realizza certo un exploit nel filmare la follia di un mondo, quello dell’aristocrazia del Qatar, a metà fra tradizione e ossessione moderna per lo status fornito dai gingilli tecnologici occidentali. I falconieri portano i loro falchi a tornei nelle dune del deserto, tra scorribande di motociclette in oro e fuoristrada a gogo.

Quello che si vede è sicuramente inedito, ma nella sua rappresentazione di un mondo ibrido tra tradizione antica e vacua postmodernità il film finisce per essere un po’ speculare a quello che mostra. Il deserto delle dune illumina gli occhi, certo, ma è davvero la quintessenza di un paesaggio da cartolina leccata, mentre sarebbe stato forse più interessante cercare il contrasto con una rappresentazione più empatica e profonda.

In conclusione, se anche Ancarani ci pare da seguire, un po’ tutti i lavori visti in Cineasti del presente ci sembrano un po’ troppo calcolati. Si vede che questi registi vogliono saper fare tutto, mentre, per fare un esempio, João Pedro Rodrigues con il suo film d’esordio O Fantasma già padroneggiava la sua arte al punto da trascendere la necessità di esibirlo.

Troppi film – come pure nell’esordio dell’argentina Nele Wohlatz, El futuro perfecto (Premio per la migliore opera prima, un’interessante messa in relazione tra giovani immigrati di diversa provenienza etnica sul territorio argentino) e nello stesso El auge del humano – sono belli, intensi, originali ma non abbastanza liberi e affrancati dalla volontà di fare il saggetto da perfetto cineasta di cinema sperimentale.

Un’altra riflessione su Locarno: il cinema, arte principe d’interpretazione del reale, quasi latita nel raccontare il terrorismo di matrice islamica, che rimane quasi del tutto fuori campo. Come in Cosmos, il film testamento di Andrei Zulawski l’anno scorso in concorso a Locarno, il terrorismo pare un incomprensibile, insensato rumore di fondo relegato in un televisore a cui si presta poca attenzione. Inquietante.