20 gennaio 2022 12:53

È arrivato in sala La crociata, il nuovo film del regista e attore Louis Garrel, presentato all’ultimo festival di Cannes e alla Festa del cinema di Roma. Il titolo è pomposo, forse altisonante, specie davanti alla sua breve durata, alla sua leggerezza, al suo umorismo. E alla sua umiltà. Ma centra comunque, con precisione quasi chirurgica, gran parte dei sottotemi legati alla tematica centrale: il riscaldamento climatico.

E il talento nella scrittura cinematografica è altrettanto notevole nel coniugare non solo i toni della commedia con quelli del cinema intimistico – quasi un “genere” cinematografico francese, a cui appartengono i due lungometraggi precedenti diretti da Garrel –, ma anche nel rovesciare le stesse caratteristiche di quei toni, dentro una bella fotografia del pensare e dell’agire dei ragazzini o, al più, di chi sta finendo l’adolescenza. Con brio, semplicità e un bel senso dell’essenzialità.


Se la chiave è quindi la commedia, la leggerezza, ciò permette di fissare al meglio la questione trattata e l’assurdità di cui è emblema: mentre il genere umano e la sua civiltà rischiano il collasso, in troppi continuano a comportarsi come se nulla fosse, a continuare la vita di sempre fatta di sprechi continui e della ricerca di un superfluo che pare essenziale. Una sorta di rimozione del pericolo, di (auto)anestesia. Finché l’urgenza irrompe. Violenta e ineluttabile. Come il covid.

Sorta di prosecuzione di L’uomo fedele (L’homme fidèle, del 2018), il lungometraggio precedente di Garrel più lungo senza esagerazione e ben più introspettivo, stavolta il punto di vista familiare scivola dai genitori, Abel (Louis Garrel) e Marianne (Laetitia Casta), al figlio Joseph (Joseph Engel). Sono gli stessi interpreti di L’uomo fedele, che ritroviamo per interpretare la stessa famiglia, che in buona parte è una vera famiglia anche nella realtà. Garrel è infatti sposato dal 2017 con Casta, dalla quale nella scorsa primavera ha avuto un figlio, Azel. Senza dimenticare Oumy, la bambina senegalese da lui adottata insieme alla sua precedente compagna (l’attrice Valeria Bruni Tedeschi), per la quale anni fa confessava di provare un’ansia continua, la paura che in ogni momento potesse farsi male o altro. La crociata sembra dunque “figlio” della paura di non saper proteggere adeguatamente i propri figli. E infatti il punto di partenza è questo: quanti dei genitori consumatori irrefrenabili pensano alle questioni di fondo legate al futuro dei figli in questo momento storico di “massimo pericolo per l’umanità”, come disse Kennedy riferendosi però alla minaccia di una guerra nucleare?

È la questione che Joseph pone ai suoi genitori: senza porla esplicitamente, ma mettendoli di fronte a dati di fatto reali e alle loro azioni di ragazzini pienamente coscienti della realtà. Infatti Joseph e tanti altri ragazzini di tutto il mondo, Africa compresa, hanno cominciato a vendere, e svendere, tutti quegli oggetti familiari che ritengono inutili, per finanziare un vasto progetto di finanziamento per salvare l’Africa e, per estensione, il pianeta intero. Alle proteste rabbiose dei genitori, lui risponde sempre calmo, spesso serafico: “Se erano oggetti così essenziali, perché ve ne accorgete quattro mesi dopo?”.

Alla fine i genitori si arrendono, tanto che la madre diventa addirittura complice della generazione del figlio, estremamente interconnessa e assolutamente paritaria in termini di genere, sesso, razza o altro. La cosiddetta generazione millennial sembra davvero non dover finire mai. Non che – al contrario di tutte le altre – sia perfetta, come rivelano alcune scene del film. È che non pretende di esserlo. La crociata che portano avanti, i nomi dei ragazzi stessi, sono da grande impresa biblica; però l’ironia con cui il regista la racconta rimanda sempre al mondo concreto, più prosaico. Per quanto la tensione dei ragazzi verso qualcosa di alto sia sempre autentica, e la loro determinazione concreta.

I ruoli di genitori e figli sono invertiti. E l’insegnamento proviene sempre dal basso

La capacità di isolare con naturalezza brevi momenti rappresentativi dei vari contesti raccontati, contesti che possiamo ricollegare al resto della società, la ritroviamo dall’inizio alla fine anche nel ritrarre comportamenti e discorsi degli adulti. Non adulti anziani, non di ceto basso, attenzione, ma giovani trentenni o quarantenni agiati, espressione di una bolla sociale informe e indefinita, in teoria progressisti e aperti di mente ma forse, alla fine, ben più vacui. In Francia sono chiamati bobos, acronimo di bohémiens-bourgeois.

Chi un tempo aveva una cultura e uno stile di vita libero e anticonformista oggi è un borghese privo di inibizioni nel difendere i proprio interessi, il proprio status quo. Anche negando l’evidenza dei fatti, anche ricorrendo a modalità più o meno sotterranee, a seconda dei casi. Insomma, si tratta di persone spesso molli e prive di esigenze interiori elevate. Ed è questa mollezza pantofolaia un po’ immorale – ma al contempo forse neanche consapevole di come il suo modo d’essere sia in realtà privo di moralità – che il film rappresenta bene proprio perché non dà l’impressione di farlo, proprio perché non si prende troppo sul serio pur prendendo molto sul serio l’angoscia e la questione morale posta dai giovani, anzi dai giovanissimi. I ragazzini sembrano come voler creare uno shock nei genitori per far germogliare in loro una reale consapevolezza. “Ma quale futuro mi aspetterà mai, come potrò essere un padre (o una madre) e dare felicità ai miei figli? Ci pensate davvero a questo punto essenziale?”. Questa pare essere la domanda che pongono.

A ruoli invertiti
I ruoli di genitori e figli sono quindi invertiti. E l’insegnamento proviene dal basso. L’autorità che di fronte all’Apocalisse - con la A maiuscola - sembra voler ignorare tutto, fino al grottesco, perde ogni autorità. Così prima dell’apocalisse vera e propria sembra essere già in corso un’apocalisse del pensiero e dell’ideale, che ha generato una sorta di blob della mediocrità che divora tutto e toglie ogni senso reale alle cose.

Gli adulti sembrano già vecchi in termini di tensione interna. Basta guardare, più che la famiglia del protagonista, gli amici dei suoi genitori. Che pronunciano discorsi apparentemente non reazionari, ma che con la loro evidente vacuità finiscono con l’esserlo. La scrittura, in pochi tratti, delinea una generazione che ha studiato e sembra non sapere nulla prima ancora che ambire a nulla, rischiando di portare nel nulla l’intero genere umano. I loro discorsi negazionisti con cui screditano le informazione che la comunità scientifica lascia trapelare – con grande difficoltà, tra l’altro, per via dell’influenza delle lobby energetiche – si addicono ai seguaci di Trump e affini. Non distinguono le prove scientifiche dall’allarmismo mediatico, tanto che stupidità e malafede sembrano la stessa cosa. Ed è proprio questo ciò che il film fotografa, leggero ma implacabile: lo scollamento con la realtà non tra i ceti bassi, ma in quelli medio-alti e con origini culturali progressiste e di sinistra.

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“Avete rubato i miei soldi e la mia infanzia con le vostre parole vuote. Eppure io sono una tra le fortunate. Delle persone stanno soffrendo. Delle persone stanno morendo. Interi ecosistemi stanno crollando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto ciò di cui parlate sono i soldi e le fiabe dell’eterna crescita economica. Come osate?”. Le parole di Greta Thunberg che sentiamo nel film risuonano qui come uno dei più potenti j’accuse al mondo adulto, come forse nessun intellettuale ha saputo pronunciare in questi anni.

E La crociata le esprime facendo proprio, fin nella forma filmica, il gioco-bambino, ludico, gioioso. Quello che permane, nonostante tutto. L’opera ha l’animo del bambino, nel senso migliore. Le critiche che le vengono rivolte spesso non lo comprendono. La brevità, qui, consente la densità. Il merito, non piccolo, è anche del cosceneggiatore Jean-Claude Carrière, scrittore, grande sceneggiatore di cinema per i più grandi a livello internazionale e già coautore di L’uomo fedele, scomparso ai primi di febbraio dell’anno scorso e al quale il film è dedicato. Carrière aveva scritto l’idea del film poco tempo prima che si sentisse parlare di Greta Thunberg. Un adulto colto, che aveva già capito.