Il fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo a Roma, il 5 ottobre 2016.

Non basta la riforma costituzionale per cambiare i partiti italiani

Il fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo a Roma, il 5 ottobre 2016.
07 ottobre 2016 14:16

Per capire chi potrebbe vincere il referendum del 4 dicembre in Italia, un osservatore straniero farebbe la cosa più semplice: sommerebbe i voti dei partiti che sostengono la riforma costituzionale. È una netta minoranza, il 35 per cento, mentre i contrari arrivano al 65 per cento. La logica aritmetica non darebbe a Matteo Renzi la minima chance di vincere. Ma siccome l’Italia è un paese politicamente anomalo, non andrà così. Lo suggeriscono anche i sondaggi, che attualmente danno il no in lieve vantaggio con il 53 per cento.

Se finisse realmente così, chi sarebbe il vero vincitore? Matteo Salvini o Beppe Grillo? Silvio Berlusconi o Nichi Vendola? La destra dei Fratelli d’Italia o il rabbioso capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta, che sfoga quotidianamente il suo astio verso Renzi? O semplicemente la solita accozzaglia da carrozzone politico che spazia da Casapound alla Sinistra italiana (che fino a poco tempo fa si chiamava Sel)?

In questa campagna elettorale si possono osservare logiche assurde che nessuno straniero riuscirebbe mai a capire: perché l’imprenditore Silvio Berlusconi esorta a votare no mentre la Confindustria è scesa in campo per il sì? E come mai due ex segretari del Partito democratico come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani guidano la crociata contro il segretario del proprio partito?

La situazione si presenta caotica anche all’interno degli stessi partiti, alcuni lacerati e divisi tanto quanto il Partito democratico (Pd). Il 40 per cento degli elettori di Forza Italia, per esempio, non sembra disposto a seguire le indicazioni di Berlusconi al referendum.

Ma ci sono domande più incisive, che riguardano la sostanziale incapacità dei partiti di destra e di sinistra di cambiare un paese dove ogni riforma del lavoro, della scuola e della giustizia affonda tra lobby, opposizioni e proteste. Perché, per esempio, il parlamento ci ha messo anni per arrivare a una riforma mediocre e lacunosa, che non soddisfa neanche chi la sostiene e che molti considerano un male minore?

Le leggi elettorali in Italia sono degli strumenti che ogni partito cerca di maneggiare a proprio vantaggio

Per arrivarci c’è stato bisogno di una maratona infinita, con migliaia di ore di dibattiti accesi alla camera e al senato, con cori, urla, risse e i famosi 82 milioni di emendamenti presentati dal senatore leghista Roberto Calderoli, già noto per aver definito la sua legge elettorale “una porcata”. Come mai in Italia ora ci si prepara all’anomalia di una nuova riforma elettorale, mentre quella introdotta appena un anno fa non è mai stata applicata?

Più aumentano le domande e più cresce la rassegnazione. A cosa serve una nuova legge elettorale, in un paese dove un esercito di voltagabbana altera pesantemente il risultato elettorale già dopo pochi mesi? È un malcostume da ignorare?

Le leggi elettorali – all’estero intoccabili da decenni – in Italia sono degli strumenti che ogni partito cerca di maneggiare a proprio vantaggio. Una legge usata come merce di scambio tra i partiti: tu mi dai il proporzionale e io ti tolgo il ballottaggio. Scambio un Mattarellum con un Consultellum. Un mondo ermetico lontanissimo dai cittadini.

Cambi di casacca
È anomalo che nella lite eterna sulla legge elettorale nessuno parli mai del numero impressionante di voltagabbana che in tre anni hanno falsificato il risultato delle elezioni: 363 cambi di gruppo e 260 parlamentari coinvolti, secondo dati diffusi a settembre. Un fenomeno preoccupante, che non esiste in nessun altro paese dell’Unione europea e che destabilizza il sistema politico italiano: senza il sostegno dell’ex berlusconiano Denis Verdini e del suo gruppo parlamentare, il governo Renzi sarebbe già caduto.

Il primato di questa gara insensata spetta a Luigi Compagna, con sei cambi. Il senatore e docente universitario campano milita attualmente nella formazione dei “conservatori e riformisti”, che nessuno conosce e che alle ultime elezioni non è stata votata da nessuno. Semplicemente perché sulla scheda non si trovava. Oggi il parlamento pullula di gruppi le cui sigle sono sconosciute alla stragrande maggioranza degli italiani: Democrazia solidale, Alleanza per l’Italia, Alternativa libera possibile, Centro democratico, Libertà e diritti, Fare! e molte altre.

Fino alla scadenza regolare della legislatura nel 2018, la frenetica migrazione supererà probabilmente i quattrocento cambi di gruppo. Solo il partito di Berlusconi ha perso più di cento parlamentari. Ma quello dei cambi di casacca è anche un vero business. Perché ogni deputato porta al suo gruppo 50mila euro di finanziamento pubblico e ogni senatore 60mila euro. La legge elettorale ovviamente non si occupa di questa grave anomalia, che sta minando la democrazia parlamentare. E neanche la costituzione, che semplicemente non prevede vincolo di mandato.

Il parere dei comici
È una questione di regolamenti parlamentari. Gli stessi che non prevedono sanzioni neanche contro gli assenteisti cronici come il senatore Niccolò Ghedini (99,02 per cento) o il re delle cliniche Antonio Angelucci ( 99,4 per cento). In Italia la democrazia è intesa come libertà senza limiti. Puoi farti eleggere senza mai mettere piede in parlamento. Nessuna regola chiara, nessun limite di legislature, emendamenti chilometrici, deputati che per protesta salgono sul tetto di Montecitorio. E non tranquillizza certo la notizia che ora nella campagna elettorale già accesa siano entrati su fronti diversi anche i comici Roberto Benigni e Maurizio Crozza – perché ci sarà poco da ridere.

In una democrazia profondamente malata, dove un senatore può cambiare bandiera sei volte in tre anni, la faccenda dei voltagabbana viene semplicemente ignorata perché ritenuta “politicamente non risolvibile”. Giusto poche settimane fa l’onorevole Adriano Zaccagnini – eletto nel Movimento 5 stelle – è tornato nel gruppo misto dopo essere stato nella Sinistra italiana. Siamo a un cambio all’anno.

Forse è vera la frase scritta sul Palazzo della civiltà italiana, attribuita a Benito Mussolini, secondo la quale gli italiani sono “Un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi di pensatori di scienziati, di navigatori di trasmigratori”? Questi ultimi, tra l’altro, hanno anche un abbondante stipendio per passare da una sponda all’altra.

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Alberto Notarbartolo