11 luglio 2020 15:01

Massive Attack, Eutopia
Un anno e mezzo fa sono andato a sentire i Massive Attack a Roma. Era il tour dell’anniversario di Mezzanine, capolavoro datato 1998. Quella della band non era una semplice operazione nostalgica: Robert Del Naja e compagni hanno suonato tutti i brani del disco, non in ordine, e hanno eseguito alcune cover (difficile dimenticarsi una splendida versione di Bela Lugosi’s dead dei Bauhaus). Ad accompagnare i pezzi c’era una serie di immagini d’archivio accompagnate da messaggi politici che s’intrecciavano con la musica: il risultato era una specie di concerto audiovisivo, sospeso tra passato e presente.

La band di Bristol sembra aver scelto la stessa strada per il nuovo ep Eutopia (titolo ispirato al libro Utopìa di Tommaso Moro) presentato con tre video su YouTube dove il messaggio politico è in primo piano. La parte musicale è stata realizzata insieme agli Young Fathers (che per la band di Robert Del Naja sono dei figliocci), agli Algiers e al rapper e poeta statunitense Saul Williams. Le parti di spoken word sono state affidate all’economista Guy Standing, professore della Soas University di Londra e teorico del reddito di base, a Christiana Figueres, segretaria esecutiva della convenzione quadro dell’Onu sul cambiamento climatico, e allo studioso francese Gabriel Zucman, esperto di paradisi fiscali. Eutopia è quindi anzitutto un atto politico, che si snoda attorno a tre temi: il reddito di base, la crisi climatica e i paradisi fiscali. E la musica che accompagna le parole sembra ottima, soprattutto la canzone realizzata con gli Algiers.

Al momento sui social network diverse persone si lamentano perché “i pezzi non si sentono bene” e perché vorrebbero poter ascoltare i brani “senza la parte parlata”. Evidentemente non hanno capito bene lo spirito dell’operazione dei Massive Attack, che hanno sempre messo musica e attivismo sullo stesso piano e che, stavolta più che mai, hanno a cuore anzitutto il messaggio politico. La parte visuale, quella sì, sembra avere un ruolo sempre più importante nella loro musica. Forse Del Naja ha preso qualche lezione dal suo amico Banksy?


Sault, Hard life
La musica di protesta non è mai scomparsa, ma in questi mesi, tra covid-19 e manifestazioni contro il razzismo, questo genere sembra aver ripreso parecchio vigore. Qualche giorno fa girando su Facebook il collega Michele Boroni mi ha fatto scoprire un disco che non conoscevo: Untitled (black is) dei Sault. I Sault sono un misterioso collettivo londinese e sono arrivati al terzo album. Pubblicato il 19 giugno per il Juneteenth, una festa che celebra la liberazione degli schiavi neri americani nel 1865, Untitled è un disco militante e fatto su misura per questi giorni dalle sonorità anni settanta ottanta, che veleggia tra i generi della musica nera, dal soul al funk passando per il reggae. E ci sono anche un paio di ospiti d’eccezione, come il cantante Michael Kiwanuka (che in Bow sembra quasi giocare a fare il Fela Kuti) e Laurette Josiah. Tra i nomi degli autori di questi brani c’è anche Cleopatra Nikolic, autrice per la rapper Little Simz.

Il disco è stato presentato dai Sault come “il nostro primo album che marca il punto in un momento storico in cui noi, in quanto popolo black, siamo chiamati a lottare per le nostre vite”. Attorno a questo progetto c’è grande mistero, ma non importa. I Sault fanno ottima musica, valida a prescindere dal loro nobile intento.


Sufjan Stevens, America
Sempre restando in tema, nel suo nuovo brano che anticipa l’atteso album The ascension, in arrivo il 25 settembre, il cantautore Sufjan Stevens chiede: “non fare a me quello che hai fatto all’America”. Alla faccia del singolo, comunque: il pezzo dura dodici minuti e mezzo.


Kanye West, Wash us in the blood
Dopo uno strano silenzio durato giorni, il trumpiano (ex?) e neocandidato per l’ennesima volta alla presidenza statunitense (si fa fatica a prenderlo sul serio) Kanye West è tornato sulle scene con il nuovo singolo Wash us in the blood, che anticipa il disco God’s country. Nel pezzo al suo fianco c’è Travis Scott, che si limita a fare pochi vocalizzi. Si prosegue sulla scia del rap cristiano, a giudicare dal testo, mentre la musica fa venire in mente il periodo industrial ed elettronico di Yeezus.


Public Enemy, State of the union
Questa settimana va così, la musica di protesta la fa da padrone. Uno dei pochi meriti di Donald Trump sembra quello di aver convinto Chuck D e Flavor Fav dei Public Enemy a far pace. Il gruppo è tornato con questo singolo per nulla tenero nei confronti del presidente, che viene paragonato ai nazisti e mandato a quel paese senza tanti fronzoli.


P.S. Playlist aggiornata (mancano ovviamente i Massive Attack). Buon ascolto!