Gli Young Fathers.

Il pop sperimentale degli Young Fathers

Gli Young Fathers.
10 marzo 2018 13:11

Young Fathers, Toy
Un paio d’anni fa, quando Danny Boyle ha cominciato a girare Trainspotting 2, doveva scegliere una canzone che fosse “il battito cardiaco del film”, come l’ha definita lui. Quello che Born slippy era stata per Trainspotting, per capirci. La sua scelta è caduta su Only God knows degli Young Fathers. Boyle non sarà il più grande regista vivente, però di musica ne capisce.

Non è stato solo il regista scozzese ad accorgersi degli Young Fathers, band di Edimburgo che ha radici anche in Nigeria e Liberia. Infatti nel 2014 il gruppo ha vinto il Mercury Prize, il riconoscimento musicale assegnato ogni anno al miglior album britannico o irlandese (in questi anni sono stati premiati, tra gli altri, James Blake, Skepta e Sampha).

Insomma, gli Young Fathers non sono certo degli sprovveduti. Eppure dalle nostre parti non sembrano ancora aver raccolto l’attenzione che meritano. Se volete mettervi in pari, sfruttate l’occasione e ascoltatevi Cocoa sugar, il loro terzo album appena uscito. È forse il loro disco più pop ed è un po’ più accessibile del precedente White men are black men too.

Il pregio principale degli Young Fathers è la loro padronanza dei generi: in questo disco si spazia dai Tv On The Radio (nell’ottima Wow) al gospel del singolo Lord, all’hip hop di Holy ghost fino ai Radiohead di Toy e ai Massive Attack di Turn, una band alla quale non a caso gli Young Fathers hanno fatto da spalla in tour. E in un certo senso ne hanno raccolto l’eredità.


Mhd, Afro trap part.10 (Moula gang)
Ultimamente molte persone che conosco stanno uscendo da Facebook. Io vado un po’ in controtendenza: su Facebook ci resto e ci sto benissimo. Per esempio un paio di giorni fa ho postato un link di Thoiry, una canzone di Quentin40 riarrangiata da Achille Lauro (già segnalata da queste parti). Nei commenti al mio post è nato un dibattito interessante sulla cosiddetta “afro trap”, un presunto genere che mescola la trap con la musica africana. Un mio amico ha contribuito al dibattito con un paio di link, tra i quali c’era una canzone di Mhd.

Mohamed Sylla, in arte Mhd, è un rapper francese nato nel diciannovesimo arrondissement di Parigi. Finora ha pubblicato solo un disco, Mhd, uscito nel 2016. Questo nuovo singolo, uscito a fine gennaio, è un perfetto esempio di “afro trap” transalpina, uno stile che sta influenzando parecchio anche i musicisti italiani. Nel video c’è pure un cameo di Mario Balotelli. Grazie Facebook.

(Qui si scherza ovviamente, se volete andare al di là delle mie battute da due soldi e leggere una cosa seria sulla questione Facebook andate a ripescare questo numero di Internazionale)


Courtney Barnett, Nameless, faceless
L’australiana Courtney Barnett, grande amore musicale del mio collega Alberto Notarbartolo, è pronta a tornare sulle scene: il suo nuovo disco, Tell me how you really feel, uscirà a maggio.

Nel primo singolo estratto dal disco la cantautrice cita la scrittrice femminista Margaret Atwood (“Men are scared that women will laugh at them, women are scared that men will kill them”) mentre ci racconta quanto le piacerebbe camminare da sola in un parco di notte, tenendo le chiavi strette nella mano per difendersi da un possibile aggressore. Nel brano Barnett riflette anche sul bullismo online. Eppure, anche in un brano impegnato e femminista come questo, riesce a non prendersi troppo sul serio. Ci piace anche per questo.


Aksak Maboul, Modern lesson
Per la serie ristampe di alto livello, questa settimana va segnalata questa pubblicazione della Crammed Discs, un’etichetta di Bruxelles, che ha ristampato il vinile di Un peu de l’âme des bandits, secondo album del gruppo sperimentale belga Aksak Maboul (Marc Hollander, uno dei due fondatori del gruppo, è anche il proprietario della Crammed Discs).

Un peu de l’âme des bandits uscì per la prima volta nel 1980 ed è un disco a cavallo tra rock, free jazz e noise. Sicuramente ostico, ma con brani incredibili come Modern lesson, il pezzo che apre l’album tra violini dissonanti, chitarre elettriche e un sassofono in evidenza.

Malphino, Molienda
I Malphino sono una band di Londra, ma i suoi componenti hanno origini malesi, filippine, colombiane, giapponesi. Si sono conosciuti nei locali della capitale britannica, dove hanno costruito questa specie di cumbia meticcia.

Nella loro musica ci sono le tradizioni asiatiche, ma anche la samba e la chicha peruviana. Il disco d’esordio, intitolato Visit Malphino, racconta un viaggio a Malphino, un’isola immaginaria. Uscirà a maggio.


P.S. Playlist del 2018 aggiornata. Buon ascolto!

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