03 luglio 2015 10:28

Ci sono numeri che riassumono con una certa efficacia i paradossi della crisi greca. La Grecia vale l’1 per cento del pil complessivo dei paesi della zona euro e il 3 per cento del debito totale: dal punto di vista economico è un problema “sostanzialmente marginale”, ha scritto Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore. O tale dovrebbe essere.

Nella giornata di lunedì 29 giugno, preoccupate da quello che succedeva ad Atene, le borse europee hanno perso il 2,69 per cento, che equivale a 287 miliardi di euro. Poco meno di quanto la Grecia deve ai suoi creditori (322 miliardi). Ma c’è un altro fatto che indica piuttosto bene la dimensione del fallimento del progetto europeo, almeno finora.

Nel momento in cui l’Unione e la sua moneta attraversano una crisi difficilissima, che mette in discussione la loro stessa sopravvivenza, ogni paese è rinchiuso nella sua bolla. Non c’è modo di sapere come la pensano gli altri. Che si dice in Francia, in Germania o in Finlandia? Cosa propongono spagnoli, austriaci o olandesi? Che vogliono estoni, irlandesi o sloveni?

Non c’è un vero dibattito europeo, in cui voci e punti di vista diversi riescano a concorrere alla formazione di un’opinione pubblica europea. Ogni confronto è demandato ai vertici istituzionali, ai leader nazionali, ai capi di stato e di governo. Più che inascoltata, la voce dei cittadini europei non trova una lingua comune e resta inespressa.

Questo articolo è stato pubblicato il 3 luglio 2015 a pagina 5 di Internazionale, con il titolo “Voce”. Compra questo numero | Abbonati