24 settembre 2020 17:36

“Non ho trovato il comunismo in casa, questo è certo. E neanche la politica. E poi dell’infanzia non ricordo quasi niente, e poco dei primi sette anni nei quali – secondo Marina Cvetaeva – tutto sarebbe già compiuto. Non ho nostalgie di un’età felice né risentimenti per lacrime versate nella notte. Dev’essere stata un’infanzia comune, affettuosa, un’anticamera, una crisalide dalla quale avevo fretta di uscire per svolazzare a mo’ di farfalla. Tutti mi sembravano farfalle salvo i bambini. Sono nata negli anni venti a Pola con sconcerto delle anagrafi: nata a Pola (Italia), a Pola (Iugoslavia), a Pola (Croazia). Allora era Italia. Sulla punta dell’Istria, tra il verde e gli scogli bianchi scavati dai datteri di mare. Poco oltre le isole del Carnaro e frammenti di isole, come la Fenera e Scoglio Cielo che erano di mia madre. Non so come si chiamino adesso, non sono mai tornata. Erano abitate dai conigli selvatici, vi approdavamo dal bragozzo, i narcisi erano alti come me e profumavano forte. Mamma mi insegnava a cogliere gli asparagi selvatici affondando le dita nel muschio. Qualche fotografia di uomini col fucile e signore dalla vita lunga e calottine fino agli occhi fissa anche me, ridente e stupidella. Ma mi è rimasto in mente il serpente nero che traversò la tovaglia stesa sull’erba con le uova sode e il salame, e tutti balzarono su, e mi sentii dimenticata. Quell’ondulata creatura sparì velocemente. Poi cadeva un tramonto rosso e scendendo verso il bragozzo le figure diventavano nere contro luce, come nella fotografia di mia madre, le braccia cariche di narcisi, di profilo vicino al barcone dalla vela latina. Contro ogni probabilità sono certa di esser nata quella notte”.

Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso (Einaudi 2005).

Questo articolo è uscito sul numero 1377 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati