Gyan Prakhash, [La città color zafferano][1]

Il Saggiatore, 521 pagine, 23 euro

Con la diffusione delle bandiere giallo zafferano del partito estremista indu Shiv Sena guidato da Bal Thackeray, a partire dagli anni settanta del secolo scorso Bombay cominciò a trasformarsi da città cosmopolita in cui convivevano gruppi diversi, in sede di quegli scontri e conflitti etnici che gli indiani chiamano “communalist violence”. Questo cambiamento è l’oggetto del libro di Prakhash, storico di Princeton formatosi alla scuola dei Subaltern Studies e poi sempre più attratto dallo studio delle città.

Per coglierne i diversi aspetti l’autore passa in rassegna i resoconti della cronaca giudiziaria, i molti romanzi e racconti ambientati a Bombay e la storia urbanistica di alcuni luoghi importanti: Marine drive, le speculazioni edilizie legate alla costruzione della città nuova, lo slum di Dharavi.

In questo modo la storia della città diventa un modo per parlare dell’India e del suo complicato processo di modernizzazione, per capire come le persone percepiscono i cambiamenti attraverso le storie che la cultura d’autore e popolare mette loro a disposizione, per cogliere il mutare delle categorie con cui gli abitanti di una comunità complessa interpretano la politica e la realtà. In continuità con le opere di Walter Benjamin su Parigi e Richard Sennett su Londra, Prakhash torna a chiedersi cosa avviene quando tanti nuovi abitanti si trovano a vivere nello stesso posto.

[1]: La città color zafferano. Bombay tra metropoli e mito

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