Fare a pugni con gli scrittori

12 ottobre 2017 16:23

Gentile bibliopatologo,
mi sono accorta che non leggo mai scrittori simpatici. Morti o vivi, fa lo stesso: se vengo a sapere che il tale scrittore è o era una persona affabile e gentile, finisce dritto nella mia lista nera. Viva gli scorbutici, viva gli stronzi, abbasso gli scrittori simpatici! Che problema ho?
–Nasty

Cara Nasty,
prendi un lettore, trattalo male, lascia che ti aspetti per ore… Possibile che valga anche in letteratura il famigerato teorema della canzone di Marco Ferradini? Almeno un secolo di storia delle arti, specie delle avanguardie, è lì a dimostrare che la massima ferradiniana “dosa bene amore e crudeltà” può essere un espediente efficace per accattivarsi il pubblico. Certo, ci sono molte vie per rendersi antipatici, e si possono coltivare con successo diversi stili d’insolenza.

C’è la burberaggine aperta, sfacciata, bellicosa, quella che in Italia congiunge su una linea invisibile il Costanzi al Costanzo. Il Costanzi è il teatro romano dove negli anni dieci si svolgevano le serate futuriste, che finivano spesso a cazzotti ed erano interrotte dalla polizia (“Noi futuristi insegniamo anzitutto agli autori il disprezzo del pubblico”, aveva scritto Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto dei drammaturghi futuristi).

Il Costanzo è invece il Maurizio Costanzo show, dove negli anni novanta l’intrattabile Carmelo Bene gridava ai gentili spettatori del teatro Parioli di Roma che erano tutti morti, zombie, mediocri, borghesi, bottegai e chissà che altre ingiurie. Quelli ovviamente lo applaudivano fino a spellarsi le mani, come era già capitato a Michele Apicella mascherato da pinguino in Sogni d’oro.


Ma in questa antipatia così estroversa e sbandierata non c’è ancora abbastanza disprezzo, perché un artista che impiega tante energie nello svillaneggiare spettatori e lettori sta confessando implicitamente di non poter fare a meno di loro: cosa sto lì a darmi arie di uomo superiore, se sotto di me non c’è un raduno di farmacisti, pizzicagnoli, casalinghe, cicisbei e signore impellicciate a osannarmi? È un gioco troppo scoperto.

Più sicura, e più fedele agli insegnamenti del Ferradini (“non farti vivo e quando la chiami fallo come fosse un favore”) è la via dell’antipatia per sottrazione – la via del misantropo, dell’artista inaccessibile, del bel tenebroso. Che però non fa per tutti. Perché magari non è necessario esser belli, in letteratura, ma almeno un po’ tenebrosi, sì; e anche per quello ci vuole il fisico del ruolo. Pensa a Thomas Pynchon: nelle poche foto che si hanno di lui ha una faccia così irresistibilmente simpatica – un ragazzotto con il ciuffo e i dentoni da coniglio – che ha dovuto tenerla nascosta per decenni.

Ora lo so cosa ti aspetti: che io concluda dicendo che non esistono leggi in letteratura, basta essere quello che sei, e avanti finché non sfumano le ultime note della canzone. Dovrò deluderti. Le leggi esistono eccome, e il marketing editoriale si regge anche su stereotipi come questi. Non dico che siano tutte pose, beninteso: ci sono grandissimi scrittori sinceramente misantropi, timidi, malmostosi, scorbutici, atrabiliari, paranoici, iracondi, saturnini (il loro motto potrebbe essere “Per favore, mi lasci nell’ombra” di Carlo Emilio Gadda); ma c’è un fascino insito nella posa che si può far fruttare anche senza che sotto ci sia chissà quanta letteratura.

Dunque continua a frequentare le tue cattive compagnie. Ma stai sempre in guardia dallo scrittore di cui si dice – se non è lui stesso a dirlo – che “non concede nulla al lettore”. Prendilo per il bavero, sbattilo al muro e digli: “Ehi, amico, cos’è questa storia che non concedi? Io ho pagato il prezzo di copertina, tu ora vedi di concedere o ti rompo il grugno”. Magari finirà a cazzotti, come in una vecchia serata futurista.

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