03 febbraio 2020 15:15

Gentile bibliopatologo,
da cinque mesi sto leggendo un libro che non mi piace, leggerlo è una vera violenza, eppure non riesco proprio ad abbandonarlo. Se lo facessi, tutto il tempo impiegato a leggerlo andrebbe sprecato. Si può imparare a non dover finire tutti i libri che si cominciano?

- Simona

P.S. Il libro è Anna Karenina

Cara Simona,
i lettori ragionano secondo un’aritmetica fantastica, per non dire magica. Il tuo bibliopatologo non fa eccezione: quando cito un libro nella rubrica, o addirittura quando ne menziono il titolo nella nota a piè di pagina di un saggio, ho l’idea di aver messo a frutto i soldi spesi per comprarlo, e invisibilmente qualcosa nella mia bilancia interiore si pareggia. Capisci bene che un calcolo simile apparirebbe strampalato perfino nel Campo dei miracoli di Pinocchio. Potrei spendere i titoli di centinaia di libri che non ho letto e non leggerò mai, e appianare il mio deficit di debitore cronico (ma verso chi?) con questo trucco di contabilità creativa, eppure non lo faccio: solo i libri che ho comprato riesco a farli entrare nella mia aritmetica strampalata, altrimenti mi sembra di barare.

Alcuni lettori pensano di dover finire i libri per il fatto di averli comprati. Il loro calcolo inespresso si potrebbe enunciare così: ho buttato i miei soldi, ora per pareggiare i conti devo buttare una quota equivalente del mio tempo. Di nuovo: a beneficio di chi? Di quale tirannico creditore? Sospetto che si tratti di un lascito delle cene fuori da bambini. Hai voluto ordinare le patatine, anche se eri già sazio? Bene, ora le mangi, così capisci il fondamentale principio economico per cui non esistono pasti gratis. Da grandi, lo stesso criterio avrebbe qualcosa di crudele: buttare il cibo nella spazzatura è peccato, tanto vale usare il mio corpo come bidone.

(Pm Images/Getty Images)

Tutte queste operazioni magiche si fondano su equivalenze simboliche arbitrarie tra grandezze incommensurabili, o comunque commisurate in modo astruso. È ben vero che si può stabilire un rapporto tra tempo e denaro, l’intero sistema dei salari non potrebbe esistere senza questo rapporto, ma in quel caso il tempo che impiego a lavorare è ripagato dal denaro altrui. Chi sperpera il suo tempo per finire un libro non riceve del denaro, lo spende, a meno che non sia un lettore professionale per una casa editrice. Allo stesso modo, il cibo che il bambino spreca e che potrebbe sfamare, gli si dice in modo ricattatorio, un bambino in Africa, per finire in tempo utile sul piatto del suo omologo malnutrito richiederebbe costi di conservazione, imballaggio e trasporto del tutto smisurati rispetto ai benefici. E così via.

Il tuo calcolo è perfino più spietato: vuoi che il tempo impiegato finora non vada sprecato. Ebbene, ti do una notizia: è già andato sprecato. Ti cito una frase che ho sentito pochi giorni fa: “Ritengo ingiusto che lo Stato arrivi a un punto in cui, dopo aver speso soldi ed energie per portare avanti l’accertamento di alcuni fatti, a un certo punto quel lavoro debba essere gettato nel nulla a causa del tempo, che sicuramente è lungo”. Lo ha detto il ministro Bonafede, per difendere la sua riforma che prevede il blocco della prescrizione.

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Ebbene, è un ragionamento limpidamente autoritario: il tempo dell’imputato – senza contare i suoi soldi, le sue angosce, i suoi danni personali, professionali e sociali – non vale nulla, conta solo il tempo dello stato. Giuseppe Gulotta, accusato dell’omicidio di due carabinieri, ha passato ventidue anni in carcere da innocente e trentasei sotto processo. Ne aveva diciotto all’epoca dei fatti, nel 1976. Per l’ingiusta detenzione, gli hanno accordato sei milioni e mezzo di euro di risarcimento. Lui ne ha chiesti sessantasei. Come puoi intuire, sono calcoli tragici, perché tragica è l’irreversibilità del tempo.

Tutto questo per dirti, cara Simona, che ci sono mille ragioni per finire Anna Karenina. Tra queste, la sudditanza a un regime interiore tirannico è l’unica a cui è giusto rivoltarsi. Te la faccio ancora più semplice: vorrai mica restare legata a vita all’ufficiale Karènin, solo perché un giorno hai avuto la malaugurata idea di sposarlo?

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.