25 maggio 2020 14:25

Gentile bibliopatologo,
ho 23 anni e fino a pochi anni fa ero il tipo della lettrice accanita, capace di finire un libro di cinquecento pagine in tre giorni, di fare le ore piccole leggendo, di non sentire quello che mi dicevano mentre ero immersa nella lettura. Da quando ho cominciato l’università, però, ho l’impressione che il numero di libri che leggo e soprattutto la passione e la concentrazione che dedico alla lettura siano drasticamente diminuiti. Forse perché, studiando e accumulando molte informazioni durante il giorno, la sera non ho voglia di far entrare altri dati nella mia testa? O l’uso del computer mi ha abituata a un ritmo rapido e un po’ superficiale, che non si accorda con la lettura e che mi fa presto distrarre? Oppure è un effetto della convivenza, che ha ridotto le mie occasioni di solitudine e mi ha spinta a sottrarre tempo alla lettura per privilegiare la compagnia, le chiacchiere, un film insieme o altro? Ora, tenuto conto del fatto che questi fattori non sono destinati a scomparire, come posso far sì che la lettura torni a essere un momento personale, spensierato, concentrato, profondo e riposante?

– Sofia

Cara Sofia,
se un cane che abbaia per tutta la notte ci sembra oggi una seccatura intollerabile, è essenzialmente perché siamo degli ingrati. E parlo a nome di tutta la specie. Konrad Lorenz tentò di immaginare le prime orde umane, tormentate dalla cronica mancanza di sonno ma circondate dagli sciacalli, i cui ululati li avvisavano dei predatori in agguato. Lo zooantropologo Roberto Marchesini si è spinto oltre, congetturando che il sonno profondo sia stato un dono dei cani (e dei lupi) agli uomini. Se non avessimo avuto accanto quei compagni dall’udito finissimo pronti a suonare l’allarme, non avremmo mai potuto arrenderci placidamente al sonno. Ebbene, ora che abbiamo porte blindate e sistemi antifurto, e che i cani non ci servono più per dormire sonni tranquilli, noi cosa facciamo? Ci lamentiamo se continuano a fare quel che hanno fatto per noi dall’alba dei tempi: avvisarci del pericolo. Razza di ingrati!

Autoestinzione
Il sonno profondo non è più minacciato dai predatori, ma la nostra specie rischia di perdere un’altra facoltà vitale, conquistata non senza fatica: quella che la neuroscienziata Maryanne Wolf definisce la lettura profonda, o deep reading, il “libero dono dell’immersione nella vita della lettura”. Come vedi, il tuo problema individuale si inquadra in un problema comune a tutta l’umanità presente. La più grande dote del nostro cervello, l’adattabilità, potrebbe rivelarsi una condanna, la premessa della nostra autoestinzione come lettori: per rispondere agli stimoli dell’universo digitale, infatti, stiamo alterando rapidamente processi cognitivi che si erano collaudati in secoli di consuetudine con i libri. Ne consegue che tra le tue tre ipotesi la più plausibile è la seconda: la vita connessa. La fatica del giorno, il lavoro, i rapporti d’amore e d’amicizia: tutto questo esisteva ben prima della nostra simbiosi con un display.

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Puoi immaginare che un bibliopatologo, per quanto megalomane, non può avere la pretesa di guarire i mali della civiltà, non più di quanto un medico di base possa pretendere di stroncare una pandemia sconosciuta. Tutt’al più dovrà barcamenarsi tra nozioni molto generali e consigli molto spiccioli. Per le prime, ti raccomando il libro di Maryanne Wolf, Lettore vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale, pubblicato da Vita e Pensiero, dove avrai tutti i ragguagli necessari sullo stato della ricerca. Quanto ai rimedi empirici, la cosa più saggia, in mancanza di cure all’ultimo grido, è tornare all’alba dei tempi.

Prova a pensare che la lettura profonda, così come il sonno profondo, richiede prima di tutto un guardiano, un custode. Io ho avuto per anni la tua stessa frustrazione, ero diventato un lettore distratto e inappagato. Ebbene, sai da quand’è che ho ricominciato a leggere profondamente? Da quando ho preso un cagnolino. Non saprei spiegarti il perché, e le congetture che posso fare sono così spericolate e superstiziose che a metterle per iscritto finirei radiato dall’albo. Però – che dire? – funziona.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.