22 marzo 2021 13:51

Gentile bibliopatologo, ho un vizio tremendo: perdo sempre il segnalibro e riempio le pagine di pieghe per tenere il segno… Me ne dispiaccio pure, ma non c’è soluzione.

– EC

Cara EC,
forse non c’è soluzione, ma vogliamo vedere almeno se c’è spiegazione? Perdere ripetutamente lo stesso oggetto mi pare un caso di scuola di quelli che Sigmund Freud chiamava “atti mancati”. La Psicopatologia della vita quotidiana riporta mille esempi di oggetti smarriti. Ricordo, tra i molti, il caso di una signorina scrupolosissima che dopo la morte della vecchia madre non era più andata a teatro e che, quando gli amici la convinsero a metter fine al lutto e a vedere uno spettacolo con loro, perse il biglietto.

Questo può valere come schema generale, ma perché proprio il segnalibro? Solo tu puoi sapere di cosa sono sintomo le tue azioni sintomatiche – tu e al limite il tuo psicoanalista. Io però posso darti qualche gancio a cui appendere la tua catena di associazioni. Nella Breve storia del segnalibro di Massimo Gatta ho trovato un paragone che mi ha colpito: il segnalibro è come l’orologio fermo trovato al polso della vittima.

Pankaj & Insy Shah, Getty Images

È una misura del tempo – di quanto ne abbiamo già speso, di quanto ce ne resta ancora tra quelle pagine. Gatta cita anche una pagina di Maurizio Bettini, dal volumetto di racconti Con i libri: “Bisogna evitare di mettere nei libri fiori o foglie perché, appassendo, fiori e foglie trasmettono il tempo ai libri: che da questo contagio sono di per sé immuni. […] L’unica cosa che i libri sopportano tra le loro pagine è il segnalibro, che non è contagioso e non ha nulla a che fare col tempo. A meno che non si abbia l’abitudine di usare a questo scopo delle cartoline e di lasciarle poi fra le pagine a libro finito. Dicono che il segnalibro ideale sia una striscia di cartoncino brillante, solido, con sopra l’immagine di un gatto o di un castello. Però va bene anche un biglietto usato dell’autobus, o una striscia di carta strappata dalla pagina di un quotidiano. […] L’importante, comunque, è non dimenticarlo dentro il libro finito perché, se questo avviene, si fa violenza alla natura stessa del segnalibro. Che in questo è veramente il contrario delle foglie o dei boccioli appassiti. […] Con i libri ha un rapporto temporaneo, occasionale, mentre il fiore e la foglia sono ‘per sempre’”.

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Inutile aggiungere che i fiori si mettono anche sulle tombe, dove la morte ha già vinto la sua battaglia, mentre il segnalibro di cartone sfiora le pagine con la sua ala rude per poi lasciare i libri alla loro eterna giovinezza. La metafora è più ricca di quanto sospettassimo. Il tempo, la vecchiaia e infine la morte, l’ospite sgradita e petulante a cui dovremo aprire le pagine del nostro libro in un punto che ci sembrerà sempre sbagliato, con tutto quello che c’era ancora da leggere. Come diresti tu: “Me ne dispiaccio pure, ma non c’è soluzione”.

Che dici, è abbastanza per una prima seduta?

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.