Parigi, marzo 2017. (Vincent Kessler, Reuters/Contrasto)

Rabbia e delusioni impediscono ai francesi di parlare di Europa 

Parigi, marzo 2017. (Vincent Kessler, Reuters/Contrasto)
15 maggio 2019 13:03

Ventotto giornalisti raccontano la campagna elettorale nel proprio paese in vista delle elezioni europee del 26-29 maggio 2019. La serie è realizzata in collaborazione con VoxEurop.

In Francia quasi non sembra di essere alla vigilia delle elezioni europee. Il dibattito pubblico, infatti, è dominato dal movimento dei gilet gialli e dalle risposte interne da dargli nel “grande dibattito nazionale” lanciato dal presidente della repubblica all’inizio del 2019.

L’incendio di Notre-Dame dello scorso 15 aprile, inoltre, ha sicuramente prolungato ulteriormente l’assenza del dibattito europeo.

Eppure l’orientamento politico seguito da Emmanuel Macron fin dal 2017 ha un rapporto strettissimo con i temi europei. Il presidente francese ha tagliato le tasse sul reddito e il patrimonio dei più ricchi e ridotto il costo del lavoro attraverso una diminuzione delle imposte per le aziende, aumentando nel contempo la pressione fiscale sui ceti popolari e le classi medie per limitare il deficit pubblico.

Macron in effetti condivide il punto di vista dominante in Europa secondo cui la riduzione delle spese pubbliche e la deflazione salariale sono una premessa indispensabile per qualsiasi risanamento economico. Il presidente è convinto che il suo predecessore François Hollande abbia fallito perché non ha agito abbastanza in fretta e con decisione nel taglio delle spese. Macron contava soprattutto sulla sua determinazione nel portare avanti questa politica per rafforzare la sua credibilità tra i colleghi europei e fargli accettare il rilancio dell’integrazione europea che aveva chiesto a gran voce nel 2017.

Ma in due anni il governo francese non ha ottenuto alcun risultato in questo ambito, e il movimento dei gilet gialli non ha fatto altro che complicare i suoi piani. In crisi sul fronte interno, Macron non sembra nelle condizioni di imporre alcunché nel palcoscenico europeo.

L’Europa può cambiare e cambierà profondamente nei prossimi anni

Sui temi che riguardano l’Europa i francesi sono intrappolati in una via di mezzo paralizzante. Non vogliono una Frexit né l’uscita dall’euro. Il fatto che Marine Le Pen, leader dell’estrema destra, avesse adottato una posizione contraria all’Unione europea aveva contribuito pesantemente alla sua sconfitta alle presidenziali del 2017. Le Pen ha poi fatto marcia indietro, e le disavventure dei vicini britannici hanno convinto definitivamente la maggioranza dei francesi che non vale la pena imbarcarsi in avventure di questo tipo.

Allo stesso tempo, però, i francesi sono convinti – soprattutto dopo il referendum del 2005, dove il no francese al trattato costituzionale non è stato rispettato – che l’Europa sia condannata a un dumping fiscale e sociale che porterà solo altra povertà e disuguaglianza tra le persone e le regioni.

Rilanciare il tema dell’ecologia
Niente uscita dall’Europa, dunque, ma neanche nessuna possibilità di cambiamento all’interno del vecchio continente: è proprio perché la maggioranza dei francesi condivide questa doppia diagnosi che rinuncia a discutere il futuro dell’Unione. E questa posizione è tanto più criticabile se consideriamo che il ragionamento è sbagliato: l’Europa può cambiare e di sicuro cambierà profondamente nei prossimi anni.

L’aggressività di Vladimir Putin e Donald Trump e l’instabilità crescente alle frontiere ci obbligano a creare (finalmente) una vera politica estera e di difesa comune indipendente dagli Stati Uniti; la politica commerciale di Trump e la crisi delle esportazioni tedesche fuori dell’Europa dovrebbero spingerci a cambiare radicalmente la nostra politica economica per sviluppare (finalmente) la domanda interna; mentre la nostra dipendenza catastrofica dai giganti del web statunitensi (non solo in campo economico ma anche sul piano delle libertà) e l’aggressività crescente delle multinazionali cinesi ci obbligheranno a dotarci (finalmente) di una vera politica industriale comune e di un meccanismo di protezione del mercato interno…

In Europa il riscaldamento climatico è anche un elemento decisivo per mantenere il nostro modello sociale

Ma è soprattutto sul tema dell’ecologia che il progetto europeo potrà e dovrà essere rilanciato. Il movimento promosso dalla svedese Greta Thunberg ha mostrato quanto sia forte la sensibilità dei giovani europei alle problematiche legate al clima, soprattutto nel nord dell’Europa, ovvero nei paesi più ostili a priori a qualsiasi solidarietà europea.

È il segno evidente che, quantomeno su questi temi, sarebbe sicuramente possibile raccogliere somme importanti per accelerare la transizione energetica nel vecchio continente. Lo sforzo comune sarebbe inevitabilmente redistributivo, perché implicherebbe un investimento prioritario nel sud dell’Europa, dove abbonda una delle materie prime principali della transizione: l’energia solare.

Per l’Europa, il riscaldamento climatico non è soltanto una questione di sopravvivenza dell’umanità a lungo termine, ma anche un elemento decisivo per mantenere il nostro modello sociale. Il continente europeo è stato il primo a essere industrializzato e per questo ha sfruttato più degli altri le materie prime non rinnovabili e le energie fossili.

Se non saremo capaci di intraprendere rapidamente un’altra strada non potremo conservare il nostro livello di vita, perché saremo costretti a trasferire una quantità sempre maggiore di ricchezza nelle casse di partner poco raccomandabili come Vladimir Putin o il principe ereditario saudita Mohammed Ben Salman. Lo avevamo quasi dimenticato dopo il 2008, perché i prezzi delle materie prime erano rimasti bassi dopo la crisi. Ma il rincaro dell’anno scorso ha portato un brusco risveglio, e tra l’altro ha partorito il movimento dei gilet gialli in Francia.

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In sostanza le occasioni per cambiare profondamente l’Europa sono più di quanto si pensi generalmente in Francia. Ma una delle principali condizioni per farlo è che i francesi smettano di ignorare la realtà e propongano ai loro partner, in modo abbastanza determinato, di (ri)costruire un’Europa più solidale, più ecologica e più democratica. Una delle difficoltà è che al momento Macron sembra aver perso troppa credibilità in Francia per poter svolgere attivamente questo compito.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Ventotto giornalisti raccontano la campagna elettorale nel proprio paese in vista delle elezioni europee del 26-29 maggio 2019. La serie è realizzata in collaborazione con VoxEurop.

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