L’Arabia Saudita bombarda lo Yemen 

L’operazione militare guidata dall’Arabia Saudita ha l’obiettivo di fermare l’avanzata dei ribelli sciiti houthi nel paese. Scontri tra milizie di difesa e ribelli per il controllo dell’aeroporto internazionale di Aden

Le conseguenze indesiderate dei bombardamenti sullo Yemen

27 marzo 2015 16:47

A quanto pare i paesi sunniti che il 25 marzo hanno cominciato a bombardare lo Yemen pensano di dover sventare un complotto iraniano per espandere il potere e l’influenza degli sciiti nel mondo arabo. La maggior parte degli altri paesi non crede a questa tesi, ma anche se i sunniti avessero ragione resta il fatto che le guerre hanno spesso conseguenze indesiderate, e con ogni probabilità questo intervento militare produrrà effetti che non piaceranno affatto all’Arabia Saudita e ai suoi alleati.

I sunniti hanno risposto tutti all’appello. L’Arabia Saudita e le altre monarchie del golfo (Giordania, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e perfino il Marocco) hanno inviato i loro aerei per bombardare lo Yemen. Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan hanno offerto truppe di terra. Gli Stati Uniti (che hanno appena allontanato dallo Yemen le loro ultime truppe) hanno promesso “assistenza logistica e d’intelligence”.

Nella pratica, però, difficilmente la coalizione tra statunitensi e arabi sunniti invierà un numero consistente di soldati nello Yemen, anche perché il paese è da sempre un cimitero di eserciti stranieri, dal tempo dei romani agli ottomani. Il problema è che senza un’adeguata presenza sul campo i bombardamenti potrebbero provocare una conseguenza indesiderata: la conquista di tutto il paese da parte di Al Qaeda e/o del gruppo Stato islamico.

La paranoia sunnita a proposito dell’ascesa dello sciismo affonda le sue radici nell’invasione statunitense dell’Iraq del 2003. Fino a quando governava il paese, infatti, la minoranza sunnita aveva limitato l’influenza dell’Iran (principale potenza sciita) nel mondo arabo. Con la cacciata di Saddam Hussein e la distruzione della supremazia sunnita in Iraq, il potere dell’Iran è cresciuto automaticamente, al pari della sua influenza nelle aree sciite del mondo arabo.

Teheran non ha dovuto fare nulla di particolarmente aggressivo per scatenare la paranoia dei paesi sunniti del golfo. Dei 140 milioni di cittadini dei paesi che circondano il golfo Persico, circa due terzi sono sciiti. Con un governo sciita a Baghdad, l’Arabia Saudita e le piccole monarchie arabe si sono sentite minacciate e hanno cominciato a vedere complotti sciiti ovunque.

Soprattutto vedono un complotto nello Yemen. La milizia degli houthi, emersa dalle bellicose tribù sciite dello Yemen settentrionale, ha assunto il controllo di tutte le grandi città del paese e di gran parte del suo entroterra agricolo in meno di un anno. Non si tratta di un evento unico nella storia del paese, e in passato queste operazioni non hanno mai avuto bisogno della partecipazione dell’Iran. Eppure oggi si sospetta ovunque un intervento di Teheran.

I paesi sunniti di tutto il mondo arabo si sono prontamente attivati perché sono convinti di dover affrontare l’uomo nero iraniano, anche se non esistono prove di un sostegno diretto di Teheran agli houthi (e tra l’altro è difficile immaginare un motivo per cui l’Iran dovrebbe essere interessato allo Yemen).

La storia ci insegna che queste periodiche avventure delle tribù del nord si esauriscono dopo qualche tempo, perché gli sciiti sono soltanto un terzo della popolazione yemenita e perché le tribù del nord che sostengono gli houthi rappresentano soltanto una parte degli sciiti. Ma questa volta nessuno vuole aspettare la reazione locale dei sunniti per cacciare gli houthi e riconquistare i territori occupati.

La “coalizione” sta bombardando gli houthi in tutto il paese, anche se restano da valutare la portata e l’efficacia di questa iniziativa. In ogni caso, se i sunniti riusciranno a rompere la presa degli houthi nel centro e nel sud dello Yemen, creeranno un vuoto di potere che non sarà riempito dal presidente “legittimo” del paese, quell’Abd Rabbo Mansur Hadi che la coalizione sostiene di voler riportare al potere.

Le forze di Hadi sono state infatti disintegrate, e al momento i combattenti houthi occupano la capitale temporanea stabilita dal presidente nella sua città d’origine, Aden (la vera capitale, Sanaa, è nelle mani degli houthi da settembre). Hadi è partito da Aden via mare martedì.

Per questo motivo, se la coalizione caccerà gli houthi da Aden a forza di bombe, ma non invierà truppe sul campo, ad approfittarne potrebbero essere le forze di Al Qaeda, che stanno aspettando appena fuori della città. Lo stesso si può dire di Taiz (terza città del paese) e della capitale Sanaa: un ritiro degli houthi premierebbe Al Qaeda o il gruppo Stato islamico.

L’unica forza che potrebbe opporsi ai jihadisti sono i combattenti che sostengono l’ex presidente in esilio Ali Abdullah Saleh da quando è tornato nel paese. Il problema è che Saleh è alleato degli houthi ed è uno sciita, dunque è difficile immaginare che la coalizione possa appoggiarlo al posto di Hadi.

Ma è altrettanto difficile che i sunniti possano impegnare una forza militare consistente nello Yemen, anche perché tutti quelli che ci hanno provato in passato se ne sono pentiti. E così, mentre gli aerei sunniti continuano a sganciare bombe sui combattenti sciiti, i jihadisti si preparano a prendersi tutta la posta. Una conseguenza indesiderata, certo, ma non imprevedibile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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