29 luglio 2015 13:05

Il 24 luglio la Turchia si è unita alla guerra contro lo Stato islamico, il gruppo che oggi controlla la Siria orientale e l’Iraq occidentale. Dopo quattro anni in cui ha lasciato aperte le frontiere, permettendo che lo Stato islamico ricevesse reclute e rifornimenti, il governo turco ha inviato alcuni aerei a bombardare tre obiettivi del gruppo terroristico in Siria.

Contemporaneamente, dopo quattro anni di rifiuto, Ankara ha permesso ai suoi alleati della “coalizione” che combatte il gruppo Stato islamico di usare la base aerea di Incirlik, vicino al confine siriano. A Washington la cosa ha fatto piacere perché in questo modo gli aerei della coalizione (perlopiù statunitensi) saranno molto più vicini agli obiettivi dello Stato islamico in Siria e, presumibilmente, anche la Turchia si deciderà finalmente a chiudere il confine siriano. Ma è possibile che questo cambio di rotta nasconda in realtà qualcos’altro.

Il 25 luglio Ankara ha messo fine a un cessate il fuoco di due anni con il Partito curdo dei lavoratori (Pkk), un gruppo che per trent’anni ha combattuto per creare uno stato indipendente nel sudest della Turchia a maggioranza curda. Da allora la Turchia ha effettuato un numero di attacchi aerei sensibilmente più alto contro il Pkk che contro il gruppo Stato islamico.

Quale guerra vuole combattere Erdoğan: quella contro lo Stato islamico o la sua guerra privata contro i curdi?

L’esercito turco ha perfino bombardato zone controllate dal Partito dell’unione democratica (Pyd), l’alleato siriano del Pkk, nonostante questo fosse riuscito a scacciare le truppe dello Stato islamico da gran parte delle aree curde nel nord della Siria.

Quale guerra ha quindi intenzione di combattere il presidente Recep Tayyip Erdoğan: quella contro lo Stato islamico o la sua guerra privata contro i curdi? E perché ora? L’unico a conoscere le risposte è lo stesso Erdoğan. E anche se si rifiuta di darle, si può provare a immaginarle.

All’inizio del suo mandato Erdoğan ha cercato di rispondere ai reali bisogni della popolazione che chiedeva uguali diritti civili per le persone religiose e un miglioramento dei livelli di vita. Ha mantenuto le sue promesse, vincendo tre elezioni consecutive con maggioranze sempre più alte.

Ma ha anche asservito al suo potere i mezzi d’informazione, limitato l’indipendenza della magistratura e inscenato processi-farsa contro i suoi oppositori. Ha anche chiuso un occhio sulla corruzione dilagante tra i suoi stessi compagni politici.

Man mano che il suo potere è cresciuto, ha cominciato a farsi prendere dalle proprie ossessioni. Erdogan è un musulmano sunnita conservatore che condivide l’idea, ampiamente diffusa tra i sunniti, che i musulmani sciiti siano non solo degli eretici ma anche degli eretici il cui potere rappresenta una crescente minaccia.

L’offensiva di Ankara potrebbe riaccendere un conflitto interno, ma è un rischio che il presidente turco è disposto a correre

Dall’inizio della guerra civile siriana nel 2011, Erdoğan ha sostenuto i ribelli sunniti contro il regime di Bashar al Assad, che è dominato dalla minoranza alawita (sciita) del paese, senza curarsi troppo del fatto che questi ribelli fossero dei pericolosi estremisti. Per questo il confine tra Siria e Turchia è rimasto aperto e la coalizione che combatte contro il gruppo Stato islamico non ha avuto accesso alle basi aeree turche.

Allo stesso tempo Erdoğan ha avviato dei negoziati di pace con il Pkk perché i curdi conservatori che hanno votato il suo partito per motivazioni religiose erano una parte importante della sua base elettorale. Ma il suo partito ha poi perso la maggioranza assoluta in parlamento nelle elezioni del 7 giugno.

La ragione di questa sconfitta è stato il successo del Partito democratico dei popoli (Hdp), una nuova formazione che gli ha sottratto consensi tra gli elettori curdi. Si tratta di un partito progressista e pluralista, ovvero tutte le cose che Erdoğan non è. I curdi conservatori avevano già ottenuto le libertà religiose che chiedevano e ora hanno scelto l’Hdp perché questo partito si batte anche l’uguaglianza dei diritti politici per la minoranza curda.

Per questo se adesso Erdoğan vuole formare un governo di coalizione (o anche vincere nuove elezioni) ha bisogno del sostegno dell’estrema destra: si tratta però di ultranazionalisti contrari alla prospettiva di stringere un accordo con i curdi. Per convincerli, quindi, ha cominciato a bombardare il Pkk.

L’offensiva di Ankara potrebbe riaccendere una guerra civile tra turchi e curdi, ma è un rischio che il presidente turco è disposto a correre. E allo stesso tempo, per fare contenti gli americani, ha lanciato un po’ di bombe anche sul gruppo Stato islamico.

Erdoğan era in difficoltà con l’amministrazione statunitense dopo che quest’ultima lo aveva smascherato. A maggio un’incursione delle forze speciali americane in Siria ha ucciso Abu Sayyaf, l’ufficiale dello Stato islamico incaricato di vendere sottobanco in Turchia il petrolio estratto dai pozzi controllati dal gruppo. I soldati americani sono ripartiti con centinaia di chiavette usb e documenti che dimostrano il coinvolgimento di alcuni funzionari turchi in questo traffico, che ha rappresentato la principale fonte di reddito per lo Stato islamico.

Erdoğan mantiene ancora rapporti poco trasparenti con lo Stato islamico? Forse. Sta ancora sostenendo attivamente l’altro grande gruppo islamista, il Fronte al nusra, che domina il campo di battaglia nell’ovest della Siria? Sì, e anche piuttosto apertamente – e ricordiamoci che la differenza tra questi due gruppi terroristici è minima. Se qualcuno si aspetta un cambiamento radicale della situazione militare in Siria, è meglio che non si faccia illusioni. Assad sta ancora lentamente perdendo, gli estremisti islamici stanno ancora vincendo e la Turchia continua il suo doppio gioco.

(Traduzione di Federico Ferrone)