Una protesta antigovernativa a Caracas, il 10 maggio 2017.

Il Venezuela deve evitare la guerra civile

Una protesta antigovernativa a Caracas, il 10 maggio 2017.
12 maggio 2017 10:24

“Non sono Mussolini”, aveva dichiarato il presidente venezuelano Nicolás Maduro in televisione all’inizio dell’anno. Ma se le cose dovessero andare avanti così potrebbe davvero fare la fine di Mussolini. Sarebbe terribile per lui, e anche per il Venezuela.

Sono ormai due mesi che ogni giorno ci sono proteste di strada contro il governo Maduro. Circa quaranta persone sono già morte, uccise soprattutto dalla polizia.

Le molotov appartengono al passato, la nuova moda sono i puputov, contenitori di escrementi umani o animali lanciati contro le forze di sicurezza. Nessuno sa quando tutto questo finirà, ma la maggior parte delle persone teme che finirà male.

Il problema sono i soldi
Non tutto era cominciato così male. Hugo Chávez, un ex ufficiale dell’esercito dalle idee radicali che aveva guidato un tentativo fallito di colpo di stato nel 1992, era stato eletto presidente in maniera piuttosto regolare nel 1998. Il Venezuela era il paese più ricco del Sudamerica grazie alle sue risorse petrolifere, ma buona parte dei 31 milioni di venezuelani era molto povera e Chávez prometteva di cambiare le cose.

Chávez aveva un forte sostegno popolare, con maggioranze di circa il 60 per cento alle elezioni del 2002 e del 2006, e ancora del 55 per cento perfino nel 2012, e disponeva di molto denaro da distribuire ai poveri. Ma è morto di cancro nel 2013 e il suo successore, un ex autista di autobus chiamato Nicolás Maduro, ha ottenuto appena il 50 per cento dei voti nelle elezioni speciali che si sono svolte l’anno dopo. Da allora non ha avuto un momento di pace.

Maduro ha dato tutte le colpe all’élite economica del paese e agli Stati Uniti

Il problema sono i soldi. Chávez si era pesantemente indebitato per finanziare le spese nel settore sanitario, dell’istruzione e degli alloggi, che hanno davvero trasformato la vita di molti poveri venezuelani. Ma il momento di pagare i conti è arrivato solo dopo la sua morte. Il prezzo mondiale del petrolio è crollato e con esso anche le entrate del Venezuela. E così tutto ha cominciato ad andare storto.

Oggi il Venezuela ha il più alto tasso d’inflazione al mondo (il 700 per cento quest’anno) e l’economia si è ridotta di quasi un quinto. C’è una penuria cronica di cibo e medicine: tre quarti dei venezuelani affermano di fare meno di due pasti al giorno, e il tasso di mortalità infantile è salito del 30 per cento. Molte persone, compresi alcuni ex sostenitori di Maduro, sono davvero arrabbiate.

La risposta di Maduro è stata dare la colpa di tutti i problemi all’élite economica del paese, che a suo dire starebbe accumulando le merci tenendole nascoste per provocare le attuali penurie, e agli Stati Uniti, che secondo lui complottano con i partiti d’opposizione locali per rovesciare il governo regolarmente eletto. Ma per mandare via Maduro non ci sarebbe nemmeno bisogno dei complotti: già nel 2012 è stato eletto per un pelo e se oggi ci fossero delle elezioni perderebbe di sicuro.

L’ultima carta
Per rimanere al potere Maduro deve evitare delle elezioni, e il nuovo scrutinio presidenziale è previsto nel 2018. L’opposizione ha già ottenuto una maggioranza di due terzi all’assemblea nazionale nel 2015. Così alla fine di marzo Maduro ha pensato bene di far dichiarare alla corte suprema (dominata da suoi sostenitori) che il parlamento nazionale “disprezza” le leggi dello stato e l’ha fatto chiudere.

È stato questo a far scendere in piazza tanti manifestanti. Al punto che, tre giorni dopo, Maduro non ha retto la pressione e ha revocato la sua decisione. Ma le proteste, alimentate dalla penuria sempre più grave, non si sono interrotte e oggi i manifestanti chiedono che le prossime elezioni presidenziali siano anticipate a quest’anno.

Maduro è con le spalle al muro. Non potrebbe mai vincere le elezioni, né quest’anno né il prossimo. Non è neppure certo di poter contare sul fatto che il personale delle forze di sicurezza lo potrà difendere per sempre. E quindi si è giocato la sua ultima carta: una nuova costituzione.

L’ultima costituzione era stata scritta dallo stesso Chávez e adottata nel 1999. All’epoca Chávez aveva detto che era la migliore al mondo, promettendo che sarebbe durata per secoli ma il 1 maggio di quest’anno Maduro ha dichiarato che il paese deve riscriverla. Convocherà quindi un’assemblea costituente, anche se non ha spiegato bene come saranno scelti i suoi componenti. Alcuni potrebbero essere eletti, mentre altri sarebbero scelti tra le “organizzazioni sociali” (leggi: i suoi sostenitori).

La costituzione di Chávez non dà a Maduro il potere di fare una cosa simile, ma il presidente è ormai disperato. Ha bisogno di una scusa per rinviare un voto da cui sa che uscirà sconfitto, e questa è l’idea migliore che ha trovato. Non funzionerà, perché le opposizioni hanno capito la sua strategia e non l’accetteranno. Il paese sta scivolando verso la guerra civile.

“Non voglio una guerra civile”, ha dichiarato Maduro mentre annunciava la formazione della sua assemblea costituente, ma la realtà è che sta preparando il terreno perché succeda. Potrebbe anche vincere, a breve termine, se l’esercito e la polizia gli rimarranno fedeli. Ma alla lunga rischia davvero di fare la fine di Mussolini: giustiziato senza processo e appeso a testa in giù in pubblica piazza.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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