28 febbraio 2018 12:14

Perché aspettare un altro mese per parlare delle elezioni russe del prossimo 18 marzo se sappiamo già come andranno a finire? Vladimir Putin otterrà altri sei anni al potere con un margine schiacciante, probabilmente tra il 60 e il 70 per cento dei voti. Il vero problema riguarda cosa succederà dopo, anche perché alla fine del prossimo mandato Putin avrà 72 anni e legalmente non potrà ricandidarsi.

A Putin non piace rischiare. Per questo motivo ha stroncato la potenziale candidatura del leader dell’opposizione Aleksej Navalnyj chiedendo agli obbedienti magistrati di condannarlo per truffa con un’accusa campata in aria. A dire il vero Navalnyj non ha mai avuto una reale possibilità di battere Putin, la cui popolarità in Russia è assolutamente reale, ma sarebbe comunque stato un avversario credibile, cosa che non si può dire dei candidati rimasti. Il loro unico ruolo è far sembrare regolari le elezioni.

A cominciare da Ksenija Sobčak, ex conduttrice di un reality show, alla quale ricchezza e legami con l’establishment (suo padre Anatoly è stato sindaco di San Pietroburgo e mentore politico di Putin) le hanno fatto guadagnare il soprannome di “Paris Hilton russa”. Sobčak è liberale e dalla parte dei gay (diversamente da Putin), ma è comunque considerata l’avversaria preferita del presidente. In definitiva non vale la pena di prenderla seriamente.

Stallo politico infinito
Lo stesso si può dire del giovane candidato comunista Pavel Grudinin, ex capo di una grande cooperativa agricola chiamata Fattoria statale di Lenin, come anche di Vladimir Žirinovskij, una macchietta ultranazionalista. Putin, insomma, vincerà senza problemi. Eppure la Russia è un paese moderno e istruito, con una costituzione democratica, e prima o poi comincerà ad affrontare i suoi problemi. Sì, ma quando?

La Russia vive uno stallo politico senza fine, condannata a girare intorno alla democrazia senza mai toccarla. È facile spiegare come il paese sia arrivato a questo punto, molto più difficile trovare il modo di tirarlo fuori.

Nel periodo tra il 1987 e il 1991, la rapida fine di una dittatura comunista durata 70 anni ha sconvolto la maggioranza dei russi. I giovani si sono sentiti liberati, mentre i più vecchi erano molto preoccupati. In ogni caso nessuno sapeva cosa fare. Le prime (e ultime) elezioni realmente corrette sono state organizzate in quel periodo, ma già a metà degli anni novanta erano tornati in sella gli oligarchi, in gran parte ex comunisti.

Ancora oggi molti russi associano la parola “democrazia” con il caos violento e senza legge degli anni novanta

Gli oligarchi hanno privatizzato un’economia in precedenza controllata dallo stato, accumulando patrimoni esorbitanti (spesso con l’aiuto della mafia locale) e trasformando il presidente Boris Eltsin nel loro rappresentante. Vincitore di elezioni assolutamente regolari – e un tempo estremamente popolare per la sua difesa spettacolare della democrazia durante il tentato colpo di stato comunista del 1991 – Eltsin era ormai un alcolizzato corrotto quando il paese è andato alle elezioni nel 1996.

Eltsin aveva “vinto” le elezioni grazie all’intervento massiccio dell’occidente e soprattutto degli Stati Uniti a sostegno del loro candidato, ma la sua orrenda gestione dell’economia ha spazzato via i risparmi della maggioranza dei russi e ha intaccato la reputazione della democrazia. Ancora oggi molti russi associano la parola “democrazia” con il caos violento e senza legge degli anni novanta.

Un mito occidentale
Putin, successore indicato da Eltsin, ha mantenuto alta la sua popolarità per 18 anni, soprattutto perché ha regalato ai russi ciò che volevano più di ogni altra cosa: una certa stabilità e prevedibilità nella loro vita. Le condizioni di vita della maggior parte dei russi sono probabilmente ancora al di sotto di quelle dei tempi socialisti, ma sono migliorate lentamente e costantemente rispetto al nadir degli anni novanta, fino al crollo del prezzo del petrolio di tre anni fa.

Dal punto di vista dei russi le avventure all’estero di Putin (Georgia, Crimea, Ucraina orientale) sono essenzialmente manovre difensive. I paesi che un tempo facevano parte dell’impero russo e dell’Unione Sovietica sono conosciuti con l’espressione di “estero vicino”, un’area dove teoricamente vigono regole diverse.

Il presidente russo è, nella sostanza, un dittatore, anche se per gli standard storici russi è abbastanza non violento

In ogni caso la paura che i russi covino l’idea di invadere militarmente i paesi della Nato è sostanzialmente un mito, utile agli interessi dei complessi militari, industriali e politici dell’occidente.

In realtà la Russia è troppo debole economicamente e fragile politicamente per imbarcarsi in un’azione militare contro una grande potenza. Putin è un uomo molto prudente, il cui conservatorismo ha portato alla Russia una fondamentale boccata d’ossigeno dai fallimenti politici che hanno caratterizzato il passato.

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Il presidente russo è, nella sostanza, un dittatore, anche se per gli standard storici russi è abbastanza non violento. Putin ha sempre rispettato scrupolosamente le regole della costituzione, accettando addirittura di lasciare la presidenza per ricoprire il ruolo di primo ministro tra il 2008 e il 2012 per rispettare la legge secondo cui non è possibile ottenere più di due mandati presidenziali consecutivi.

A volte sembra che Putin, nonostante tutti i suoi difetti, sia realmente convinto di doversi prendere cura della Russia fino a quando non sarà abbastanza solida da ritornare alla democrazia. Di sicuro si è preoccupato di mantenere attiva la struttura legale della democrazia, nonostante abbia la tendenza a manipolarla a seconda dei suoi interessi a breve termine.

Ma c’è un grande interrogativo a cui per il momento non possiamo rispondere: come farà la Russia del dopo Putin a resuscitare l’esperimento democratico avviato nel 1989-91 se dovrà scontrarsi con l’opposizione degli oligarchi che beneficiano enormemente della situazione attuale?

Forse lo scopriremo alle elezioni del 2024, quando Putin dovrà nuovamente affrontare il limite dei due mandati consecutivi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)