La centrale a carbone di Bełchatów, in Polonia, novembre 2018. L’impianto è il più grande d’Europa.

Il clima e la disoccupazione sono i nodi della nostra epoca

La centrale a carbone di Bełchatów, in Polonia, novembre 2018. L’impianto è il più grande d’Europa.
05 dicembre 2018 12:58

“Da un legno così storto com’è quello di cui è fatto l’uomo non si può ricavare nulla di perfettamente dritto”, scriveva Immanuel Kant nel 1784. Vale ancora oggi.

Domenica 2 dicembre si è aperta ufficialmente nella città polacca di Katowice la Conferenza delle parti (Cop24), a cui partecipano i 180 paesi che hanno firmato il trattato sul cambiamento climatico a Parigi nel 2015. È presumibile che il governo polacco, a cui spettava la scelta, abbia optato per Katowice in quanto sede della principale azienda europea produttrice di carbone. Un malcelato gesto di sfida, insomma.

Donald Trump non è l’unico ad amare il carbone, di gran lunga il peggiore dei combustibili fossili per emissioni di gas serra. La Polonia produce il 75 per cento dell’elettricità bruciando il carbone e non ha alcuna intenzione di cambiare approccio. Poco prima dell’apertura della Cop24 a Katowice, il governo di Varsavia ha addirittura annunciato che intende investire in una nuova miniera di carbone nella regione della Slesia.

Avvinghiati al carbone
Nella stessa giornata, 1.500 chilometri più a ovest, a Parigi, gli addetti comunali stavano ripulendo la città dopo la terza, violentissima settimana di proteste contro il presidente Macron. Le manifestazioni non raggiungono i numeri della grande rivolta del 1968, ma sono comunque le più massicce degli ultimi decenni, perfino in questa culla di rivoluzioni.

Contro cosa protestavano i “gilet gialli”, così chiamati perché indossano giubbotti catarifrangenti per auto? A Parigi e in altre città, i manifestanti hanno costruito barricate, bruciato automobili, banche ed edifici perché il governo Macron ha aumentato la tassa sul gasolio di 6,5 centesimi al litro.

Il rincaro ne segue un altro di 7,9 centesimi arrivato all’inizio dell’anno, in un paese dove la maggior parte dei veicoli è diesel. Ma la reazione appare comunque un po’ eccessiva. Paradossalmente, il fatto che Macron abbia parlato di una tassa “verde” per ridurre l’uso di combustibili sembra aver incrementato la rabbia dei manifestanti. Fino alle violenze estreme del 2 dicembre, la maggioranza dei francesi sosteneva i gilet gialli.

I francesi e i polacchi non negano la realtà del riscaldamento globale. Eppure…

I polacchi restano avvinghiati al carbone anche se la coltre di smog che avvolge le città in inverno uccide migliaia di persone ogni anno, mentre in Francia la gente comune è in rivolta per difendere il diritto a bruciare gasolio economico nelle automobili anche se il numero delle vittime dell’inquinamento atmosferico è paragonabile a quello della Polonia. Questo significa che la missione di ridurre i gas serra prima che il riscaldamento globale diventi del tutto incontrollabile incontra resistenze maggiori di quelle temute dagli esperti.

Polonia e Francia sono paesi con un alto tasso d’istruzione che fanno parte dell’Unione europea, leader mondiale nell’impegno a ridurre le emissioni. In Polonia e Francia, tra l’altro, non esiste niente di simile all’industria negazionista del cambiamento climatico degli Stati Uniti, abbondantemente finanziata dai produttori di combustibili fossili e intenta a seminare il dubbio sulle prove scientifiche e confondere le idee della popolazione. I francesi e i polacchi non negano la realtà del riscaldamento globale. Eppure…

I polacchi si portano dietro un passato doloroso (l’intero paese è stato cancellato dalle mappe per oltre un secolo) e non reagiscono bene quando uno straniero cerca di fargli la predica, mentre il presidente francese si comporta in modo arrogante e tende a ignorare l’opinione pubblica. Ma è altrettanto vero che il risentimento nazionalista e la scarsa leadership politica abbondano anche nel resto del mondo.

Il nodo della disoccupazione
Inoltre dobbiamo tenere presente che i tagli alle emissioni promessi nell’accordo del 2015 non entreranno in vigore fino al 2020: abbiamo una montagna da scalare e siamo ancora in collina. Per raggiungere il nostro obiettivo, sempre che sia possibile, servirebbe molto di più che un aumento di qualche centesimo sul gasolio o la chiusura delle centrali a carbone.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: è davvero possibile che i tagli alle emissioni di anidride carbonica e altri gas serra promessi a Parigi nel 2015, relativamente consistenti ma comunque inadeguati, ottengano mai il sostegno imprescindibile dell’opinione pubblica? Se non sarà così, la nostra civiltà globale è condannata.

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Per l’Unione europea, la principale distrazione da questa missione è l’alto tasso di disoccupazione registrato in molti paesi del continente: le cifre ufficiali parlano di meno del 10 per cento in Francia e in Italia e del 15 per cento in Spagna, ma le cifre reali sono più alte di almeno un paio di punti percentuale. Ai manifestanti francesi bisogna riconoscere che molti hanno perso di vista il problema globale perché non riescono ad arrivare a fine mese.

Questa disoccupazione è “strutturale” e non sparirà. La sua causa principale è l’automazione, un processo che non farà altro che rafforzarsi e allargarsi con il passare del tempo. Stiamo entrando in un’epoca critica per la lotta al cambiamento climatico – i prossimi cinque anni saranno decisivi – proprio mentre l’economia mondiale subisce una trasformazione radicale che creerà masse di disoccupati.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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