La miniera di Bełchatów, Polonia, 2018.

Come si vive circondati dal carbone in Polonia

La miniera di Bełchatów, Polonia, 2018.
16 aprile 2018 10:15

Il belvedere affaccia su una conca nerastra, percorsa da grandi tubature metalliche e macchinari industriali. È la miniera di lignite di Bełchatów, in Polonia: profonda trecento metri, lunga nove chilometri e larga tre. Un cartellone mostra ai visitatori la mappa del terreno e spiega che la miniera “cammina”, lo scavo avanza in direzione ovest. La lignite alimenta la centrale elettrica sul lato opposto della conca: un edificio imponente che racchiude decine di turbine, cinque torri di raffreddamento e due camini che rilasciano un fumo denso e scuro.

Bełchatów è la più grande centrale elettrica a carbone in Europa. E allo stesso tempo è un’anomalia. Con l’accordo sul clima firmato a Parigi nel 2015, l’Unione europea si è impegnata ad abbandonare il carbone, visto che è il combustibile più inquinante, è dannoso per la salute ed è la prima fonte di emissioni di anidride carbonica che riscaldano l’atmosfera terrestre.

Tra il 2025 e il 2030, secondo le ultime decisioni della Commissione europea, sarà eliminato ogni finanziamento pubblico per gli impianti a carbone. Ma la Polonia, con i suoi 38 milioni di abitanti, va in controtendenza: è l’unico paese europeo che progetta nuovi impianti e nuove miniere, in particolare di lignite, il carbone più inquinante.

L’argomento del governo polacco è semplice: il carbone assicura l’80 per cento dell’energia elettrica del paese – il 90, secondo il parlamento europeo. “È la base della nostra energia e non intendiamo abbandonarla”, ha detto il primo ministro Mateusz Morawiecki durante il suo discorso di insediamento, il 12 dicembre 2017. Ne ha fatto una questione di indipendenza energetica, contro l’ipotesi di importare gas naturale dalla Russia: l’ha chiamata “alternativa patriottica”.

Così, mentre il resto d’Europa comincia a disinvestire dal fossile nero, Varsavia annuncia nuove miniere e progetta di aggiungere oltre dieci giga watt di potenza alle sue centrali a carbone, di cui 3,2 in impianti attualmente in costruzione.

Morawiecki conta su una certa benevolenza: la Commissione europea permetterà al governo polacco di sovvenzionare le sue centrali a carbone. Inoltre, ha il sostegno di alcune grandi compagnie di assicurazione europee. Una rete di attivisti – tra cui l’organizzazione italiana Re:Common e Greenpeace – ha calcolato che Allianz, Munich Re e Generali dal 2013 a oggi hanno investito circa 1,3 miliardi di euro e sottoscritto almeno 21 contratti per assicurare alcune centrali a carbone in Polonia. Intanto però, delle cinquanta città più inquinate d’Europa, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, trentacinque sono in Polonia. Tra queste c’è anche Katowice, 300 chilometri a sud di Varsavia, capoluogo del Voivodato della Slesia, che per ironia della sorte nel dicembre 2018 ospiterà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima.

Gli attivisti e il governo
“Abbiamo urgente bisogno di una transizione energetica”, dice Ewa Sufin-Jacquemart, che nel 2011 ha contribuito a fondare Strefazieleni (Zona verde), una delle prime associazioni ambientaliste in Polonia. “Ma il nostro governo continua a promettere solo carbone. Nessuna strategia per l’efficienza energetica, nessuno standard sui carburanti, le energie rinnovabili sono addirittura ostacolate. Il governo ci dice che consumare carbone è segno di crescita economica e quindi va bene”. Osserva che su una cosa si trovano d’accordo i due principali partiti del paese, Piattaforma civica (liberali) e Diritto e giustizia (destra nazionalista): sostenere l’industria carbonifera.

“Da un paio d’anni però si parla molto di smog”, continua l’attivista. “L’inquinamento atmosferico è diventato un tema di conversazione. Senti discutere di allerta smog, di benzo(a)pirene e di particolato, ci sono perfino nuove app che misurano l’inquinamento”. Il 22 febbraio la Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato la Polonia per aver ripetutamente superato i limiti di inquinamento atmosferico tra il 2007 e il 2015.

Per evitare sanzioni, Varsavia ha annunciato nuove misure antismog, con incentivi per migliorare l’isolamento termico delle abitazioni. “In realtà il governo non vuole imporre standard sui carburanti e sui combustibili domestici”, osserva Łukasz Adamkiewicz, ricercatore di Fundacja #13 (Fondazione #13), un centro di studi sul clima e le energie rinnovabili. È diverso al livello locale, spiega: alcune regioni hanno cominciato a imporre norme più strette per i sistemi di riscaldamento. “Gli scarti di carbone, quelli troppo impuri per andare nelle centrali elettriche, sono venduti a un prezzo più basso per riscaldare le abitazioni. È un guadagno importante per le compagnie minerarie, e il governo non vuole levarglielo”.

I minatori e i primi movimenti contro le miniere
Lasciato il belvedere di Bełchatów procedo attraverso una campagna piatta, appena ondulata dalle colline formate dai detriti di vecchie miniere ricoperti da boschetti. Il carbone ha una lunga storia in Polonia. È diventato una tradizione, ha modificato il territorio, ha plasmato il modo di vivere. In Slesia, la principale regione mineraria del paese, ci sono famiglie in cui gli uomini sono minatori da generazioni e le donne stanno a casa, fatto insolito in Polonia. “Miniere e minatori sono parte dell’immaginario collettivo”, dice Ewa Sufin-Jacquemart.

Il 4 dicembre – santa Barbara, patrona delle miniere – in Slesia è un giorno festivo: i più grandi ricordano che negli anni ottanta, durante il governo del generale Wojciech Witold Jaruzelski, la tv di stato trasmetteva le celebrazioni. “Nell’era comunista il carbone aveva qualcosa di eroico, i minatori erano l’orgoglio nazionale. Oggi sono l’ultima industria in cui siano rimasti dei sindacati forti”.

Una visita in Slesia rivela però una realtà più sfaccettata. Le miniere restano importanti, certo: ma ci sono anche persone che cominciano a immaginare una vita oltre il carbone. E movimenti di cittadini che non vogliono più miniere.

I minatori nel 1989 erano 400mila, nel 2002 la metà e oggi sono circa 80mila

Oggi la Slesia è una delle zone più industrializzate della Polonia: si vede dalla densità dei centri urbani, in cui si alternano case popolari a gruppi di capannoni, supermercati e centri commerciali. L’uscita dal socialismo reale qui è stata drastica: “Siamo passati direttamente al capitalismo più selvaggio”, osserva Sufin-Jacquemart.

Negli anni novanta in Polonia ci sono state privatizzazioni a oltranza, e hanno coinvolto anche l’industria mineraria. Indebolita la protezione dello stato, si è fatta sentire la concorrenza di combustibili meno cari come il gas o il carbone importato dalla Russia, proprio come era successo dieci o vent’anni prima nella Ruhr tedesca.

Nell’arco di dieci anni le miniere attive sono passate da circa settanta a una trentina. I minatori nel 1989 erano 400mila, nel 2002 la metà e oggi sono circa 80mila. Molti sono stati prepensionati, mentre per altri i sindacati sono riusciti (tardivamente) a negoziare qualche sostegno economico. “Il carbone rappresenta un’epoca in cui si viveva bene, i minatori contavano e il lavoro era ben pagato”, dice Adamkiewicz.

Una visita alla miniera Guido
Katowice, cresciuta grazie al carbone e alla siderurgia, è un’area urbana composta da diverse città, dove vivono 2,7 milioni di persone. Una delle città che ne fa parte è Zabrze, dove si trova la miniera Guido, una vecchia miniera sotterranea, con pozzi e gallerie trasformate in museo. Una visita è istruttiva.

Un giovane minatore che lavora in uno dei pozzi attivi nelle vicinanze fa la guida turistica nei ritagli di tempo. Mostra i macchinari che hanno reso un po’ meno pericoloso l’impianto: le gallerie puntellate da strutture d’acciaio, gli impianti di ventilazione, le “talpe” meccaniche. Siamo 350 metri sottoterra, ma le miniere oggi vanno ben oltre.

Turisti visitano la miniera Guido, Zabrze, Polonia, gennaio 2017.

Lui scende ogni giorno oltre i mille metri e percorre fino a sette chilometri in orizzontale per raggiungere il fronte dello scavo – spostamenti del genere occupano una parte rilevante del tempo di lavoro. “Ma del carbone abbiamo bisogno”, dice convinto.

Fare il minatore per molti è ancora un buon lavoro. Non per la salute, ma per i salari, che sono più alti rispetto a quelli pagati in altri settori: circa 7.900 złoty al mese, poco meno di duemila euro, mentre il salario medio lordo è di 4.600 złoty e un normale operaio ne prende circa 3.500, cioè 800 euro.

Facendo un lavoro classificato come usurante, i minatori possono andare in pensione a cinquant’anni, con venticinque di servizio, di cui quindici sottoterra. La guida ha poco più di trent’anni, lavora in miniera da nove, e dice che tra quindici andrà in pensione. Certo, per i neoassunti il salario non è così competitivo. E i giovani sono poco attirati dalla miniera, ammette la guida.

Un’industria in crisi
La realtà è che l’industria mineraria polacca è in profonda crisi. Nel 2014 ha registrato una caduta, accumulando 300 milioni di dollari di perdite. Piccole imprese private, nate durante le privatizzazioni degli anni novanta, sono fallite o sono state ricomprate dallo stato.

Nel 2016 il governo si è visto costretto a salvare dalla bancarotta la principale compagnia statale del carbone, Kompania Węglova, ripianando i debiti accumulati e trasferendo le miniere a una nuova azienda di stato, la Polska grupa górnicza (Pgg). Altre miniere hanno chiuso. Ora il governo dichiara che la crisi è superata, ma i dati sembrano smentirlo.

Uscita dalla miniera-museo, noto la prima pagina di Rzeczpospolita (Repubblica), il quotidiano conservatore (ma non filogovernativo) polacco più diffuso. “Mancano minatori e miniere. Ci salva il carbone russo”, titola. Un paginone pieno di grafici e tabelle spiega, con dati ufficiali, che la produzione è in calo costante. Nel 2017 la Polonia ha prodotto 66 milioni di tonnellate di carbone, sommando antracite e lignite, mentre dieci anni fa ne estraeva 80. La compagnia statale non investe più. I costi di produzione sono aumentati.

Il carbone va scavato sempre più in profondità, e questo lo rende costoso. Per questo è poco redditizio

Le imprese vanno a cercare lavoratori in Ucraina o in Bielorussia. Per allettare i lavoratori, hanno ripristinato alcuni privilegi sospesi durante la crisi, come le quattordici mensilità e il carbone gratuito per il riscaldamento di casa. Ma la Polonia importa sempre più carbone: oltre tredici milioni di tonnellate nel 2017, il 60 per cento più dell’anno prima.

Oltre due terzi del carbone importato arriva dalla Russia. Paradossale: “Ci dicono che passare al gas vorrebbe dire dipendere dalle forniture russe. Il risultato è che bruciamo carbone russo”, osserva Jakub Gogolewski, attivista della Fundacja rozwoj tak – Odkrywki nie (Fondazione Sviluppo sì – Miniere a cielo aperto no).

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“Tra una decina d’anni i minatori non ci saranno più”, sostiene Maciej Bukowski, economista, presidente del centro studi WiseEuropa, che avevo incontrato nel suo ufficio nel centro di Varsavia. Dati alla mano, spiega che l’industria mineraria è entrata in un declino inesorabile: “Il carbone va scavato sempre più in profondità, e questo lo rende costoso. È un settore inefficiente e poco redditizio. Per mantenere alti i salari sarebbe necessario aumentare la produzione, che però è sempre più costosa”.

Il governo di Varsavia annuncia nuove miniere? “Tutta retorica: la realtà è che la Polonia non ha soldi da investire”, afferma l’economista. I dirigenti polacchi sono consapevoli che il carbone va a esaurimento, “però non è facile dirlo a voce alta”. Questione di consenso: i sindacati dei minatori sono un pilastro del governo. “La transizione energetica è inevitabile e richiederà grandi investimenti nei prossimi vent’anni: ma il governo non ha un piano chiaro”.

Un movimento contro le miniere
Tomasz Wasniewski fa parte di un movimento civico impensabile fino a qualche tempo fa. Insegnante e funzionario pubblico in pensione, dirige la Fundacja rozwój tak–odkrywki nie ed è tra gli organizzatori del primo referendum popolare sul carbone in Polonia, nel 2009.

Lo incontro a Legnica, cittadina della Slesia inferiore non lontano da Wrocłav (Breslavia). Siamo sul più grande deposito di lignite in Europa, spiega, e una decina d’anni fa il governo polacco aveva annunciato il progetto di aprire qui una nuova miniera a cielo aperto. Ma si è scontrato con un’opposizione inaspettata. Legnica, centomila abitanti, è capoluogo di un distretto di miniere d’argento e di rame, alcune fabbriche e fonderie (c’era anche una base militare russa, smantellata nel 1993).

La vecchia Solidarność d’opposizione non esiste più, oggi è solo un sindacato legato al governo

La nuova miniera avrebbe occupato il territorio di sei comuni rurali, spiega Wasniewski: “Ventimila persone avrebbero perso case, scuole, ospedale, campi, boschi”. È questo che ha spinto gli abitanti sul piede di guerra: “Qui molti sono figli o nipoti di persone evacuate dalle zone orientali passate alla Russia dopo la seconda guerra mondiale, sanno cosa vuol dire perdere tutto e ricostruire”.

In breve, i sei municipi si sono coalizzati per lanciare il referendum, spiega Wasniewski. Ricorda mesi di assemblee pubbliche, discussioni con esperti, proteste. Infine la grande maggioranza dei cittadini ha bocciato il progetto della nuova miniera. “Il governo è stato colto di sorpresa”.

In seguito, anche in altre zone ricche di carbone si sarebbero organizzate consultazioni simili. “Ci sono persone di destra e di sinistra, liberali, scienziati, professori del politecnico, lavoratori”, spiega. Lui ci ha ritrovato un richiamo al movimento di opposizione sociale che aveva conosciuto negli anni ottanta, ma osserva che “la vecchia Solidarność d’opposizione non esiste più, oggi è solo un sindacato legato al governo”.

Circondati dal carbone
Per mostrarmi concretamente a cosa hanno detto no i cittadini di Legnica, Wasniewski mi accompogna a Bogatynia, nel sudovest della Polonia, un piccolo comune affacciato sul gigantesco cratere della miniera di lignite di Turów. Una nuova unità da 460 megawatt è stata quasi ultimata, e si trova a ridosso delle case. “La concessione mineraria scade nel 2020, ma l’azienda elettrica Pge ha chiesto una proroga fino al 2044 per alimentare la nuova unità”, spiega Wasniewski.

Come vive una cittadina letteralmente circondata dal carbone, esposta ogni giorno ai fumi di una centrale a lignite? Lo chiedo ai sindacalisti nella centrale – sia quelli di Solidarność sia quelli della Opzz di tradizione socialista – e la risposta è sconcertante: “Non siamo autorizzati a rilasciare interviste senza l’accordo della direzione aziendale”. Quanto ai portavoce di Pge, non hanno mai risposto.

Bogatynia, Polonia, marzo 2012.

Turów è al centro di polemiche in Polonia, e di un contenzioso transfrontaliero. La miniera e la centrale si trovano ai piedi dei Sudeti, la catena montuosa al confine con Germania e Repubblica Ceca, e sembra che stiano prosciugando le falde idriche di Frýdlant, graziosa cittadina ceca che vive di turismo e di allevamento.

“La zona diventa sempre più secca”, dice il sindaco Dan Ramzer. Spiega che la miniera pompa acqua dalla falda e dalla zona a monte, in territorio ceco, facendo fluire l’acqua verso la Polonia: negli ultimi anni i pozzi sono rimasti a secco, e d’estate devono supplire le autobotti comunali.

Diciotto comuni si sono coalizzati, spiega il sindaco: “Abbiamo avviato un sistema di monitoraggio idrogeologico per dimostrare che è proprio la miniera a sottrarci l’acqua, anche se la compagnia polacca nega”. Ma i piccoli comuni non hanno potere contrattuale: “Spetta al nostro governo premere su quello di Varsavia per una soluzione”.

Perché Generali investe nel carbone polacco?
La centrale elettrica di Turów “è assicurata da Generali, insieme alla compagnia tedesca Munich Re”, dice Jakub Gogolewski, mentre osserviamo la miniera da un dosso della strada. La fondazione Rt-On, che lui rappresenta, fa parte di una rete europea che chiede alle compagnie d’assicurazione di disinvestire dal settore carbonifero polacco. “Senza i soldi e la copertura assicurativa delle compagnie europee, la nostra Pge non potrebbe mandare avanti il suo progetto di espansione”, dice Gogolewski.

Una mattina di marzo trovo un gruppetto di manifestanti davanti alla sede polacca del gruppo triestino, in un nuovissimo quartiere di uffici a Varsavia. “Generali, lascia il carbone”, dicono i cartelli. Secondo il rapporto diffuso lo scorso febbraio, oltre a Turów la compagnia italiana assicura la centrale a carbone di Opole, a un centinaio di chilometri da Katowice, 153 megawatt di capacità in funzione e 1.800 mw in costruzione; e quella di Kozienice nel nordest del paese.

La compagnia triestina non smentisce queste informazioni, ma non entra in dettaglio (i portavoce citano la “confidenzialità delle informazioni relative ai clienti”). E rimanda alla sua “Strategia sul cambiamento climatico”, in cui afferma l’intenzione di aumentare di 3,5 miliardi di euro i suoi investimenti in “progetti sostenibili”, e ritirare gradualmente i due miliardi che investe nell’industria del carbone: con l’eccezione però dei paesi “dove la produzione di energia elettrica e il riscaldamento sono ancora dipendenti dal carbone senza alternative significative nel medio periodo”.

Con i loro investimenti, Generali permette l’espansione di centrali a carbone dannose per l’Europa

Insomma, la strategia sul cambiamento climatico sottoscritta a Parigi nel 2015 non si applica alla Polonia. La compagnia triestina fa notare che il suo investimento azionario nel carbone polacco ammonta appena allo 0,02 per cento del totale di investimenti gestiti dal gruppo (i portavoce non fanno cifre, ma la fondazione Finanza etica gli fa i conti in tasca: si tratta di 73 milioni di dollari).

“È una strategia inadeguata. Con i loro investimenti e le loro coperture assicurative, Generali di fatto permette l’espansione di centrali a carbone e miniere che danneggiano tutta l’Europa”, dice Alessandro Runci dell’associazione Re:Common.

Il gruppo triestino si difende. Non è realistico “assumere che l’uscita completa e improvvisa delle società assicurative dal carbone porti a un radicale cambiamento della politica energetica” della Polonia, dicono i portavoce. L’argomento non ha convinto gli attivisti incontrati davanti alla sede di Generali a Varsavia, o quelli che si preparano a sostenere la proprie critiche a Trieste il 19 aprile, durante l’assemblea degli azionisti del gruppo.

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