Davanti alla sede del partito populista di destra Vox nel comune di El Ejido, nella provincia di Almería, il 29 aprile 2019. (Renata Brito, Ap/Ansa)

Una battuta d’arresto per i populisti europei

Davanti alla sede del partito populista di destra Vox nel comune di El Ejido, nella provincia di Almería, il 29 aprile 2019. (Renata Brito, Ap/Ansa)
30 aprile 2019 11:32

Per la seconda volta in un mese un paese appartenente all’Unione europea, la Spagna, non ha eletto dei populisti. Significa che l’ondata populista si è fermata?

Sarebbe un buon momento, perché le elezioni per il parlamento dell’Ue si svolgono alla fine di maggio. I partiti populisti d’estrema destra, già in crescita nei 28 paesi dell’Unione, sperano di ottenere una posizione dominante anche nel parlamento europeo ma forse la situazione sarà più sfumata.

Alle elezioni spagnole del 28 aprile scorso il Partito socialista (Psoe) ha visto aumentare i suoi voti di un quarto sotto la guida del primo ministro Pedro Sánchez. “Il futuro ha vinto e il passato ha perso”, ha dichiarato Sánchez, che nel suo breve mandato da primo ministro ha aumentato il salario minimo, nominato un consiglio dei ministri a maggioranza femminile e promesso di approvare leggi che definiscono lo stupro come sesso senza esplicito consenso.

L’esempio di Madrid e Bratislava
Non è questa la notizia principale del 29 aprile, naturalmente. Le buone notizie non fanno notizia, e quindi i mezzi d’informazione hanno sottolineato il fatto che un partito particolarmente sgradevole di populisti di destra, Vox, è entrato per la prima volta nel parlamento spagnolo.

Vox è una formazione anti immigrazione, islamofoba e che promette di “restituire alla Spagna la sua grandezza perduta”. Vuole abolire le leggi contro la violenza di genere e si oppone all’aborto e ai matrimoni omosessuali. Ma in realtà ha ottenuto solo il 10 per cento dei voti, molti dei quali sottratti al Partito popolare, la formazione tradizionalmente votata da nazionalisti e ultraconservatori.

Sánchez non avrà comunque vita facile nel mettere insieme una coalizione di governo. Probabilmente dovrà stringere alcuni accordi con i separatisti catalani, il che gli farà perdere le simpatie di molti altri spagnoli. Ma non siamo di fronte al trionfo del populismo.

E il populismo non ha trionfato neanche in Slovacchia il 30 marzo scorso. Il candidato neofascista Marian Kotleba non è neanche arrivato al ballottaggio delle presidenziali. Al secondo turno Zuzana Čaputová, entrata da poco in politica, ha battuto il candidato del partito al potere, Direzione-socialdemocrazia (Smer), di Robert Fico, che ricalca i comportamenti dei populisti di destra e ha stretti legami con la dittatura elettiva di Viktor Orbán in Ungheria.

La presidenza è un incarico perlopiù rappresentativo in Slovacchia, il che significa che Fico ha ancora potere nel governo (anche se ha dovuto dimettersi da primo ministro lo scorso anno, dopo che un giornalista investigativo che indagava sui legami tra politici slovacchi e crimine organizzato è stato ucciso da alcuni sicari). Non è tutto rose e fiori in Slovacchia, ma la primavera è nell’aria.

Cosa ci dice tutto questo, quindi, sull’ondata populista in Europa in generale, e sulle elezioni parlamentari dell’Ue? Non tanto quanto vorremmo, perché l’“Europa” è un posto molto complicato.

Un successo da consolidare
Quel che possiamo dire è che c’è una generale crescita del nazionalismo, dal Regno Unito che sostiene la Brexit a un grande aumento dei sentimenti islamofobi e anti immigrazione nei paesi dell’Europa orientale (che praticamente non hanno abitanti musulmani, e neppure immigrati di alcun tipo). Possiamo anche dire (anche se molte persone non lo ammetteranno) che un nazionalismo di queste dimensioni pone una reale minaccia al futuro dell’Unione europea.

L’Unione europea è stata la grande storia di successo della seconda metà del ventesimo secolo. Quella che un tempo era la porzione di mondo più devastata dalle guerre, origine di entrambi i conflitti mondiali, è diventata la regione più pacifica, cooperativa e democratica del pianeta. I suoi cittadini, in media, sono assistiti meglio che in qualsiasi altra parte del mondo.

La “minaccia” posta dall’immigrazione è molto esagerata e i populisti la sfruttano con successo

Perché ora questi (o almeno un sacco di loro) vorrebbero sbarazzarsene? La crescita economica è stata più lenta negli ultimi decenni, ma non sono poveri. Il divario tra i ricchi e il resto delle persone si è allargato, ma molto meno che negli Stati Uniti, in Cina o in Russia. Perché rischiare di gettare tutto alle ortiche?

L’Ue ha perso la minaccia esterna che favoriva la sua unificazione. Era stata la minaccia di un’Unione Sovietica ritenuta espansionistica a spingere i paesi fondatori dell’Ue in Europa occidentale a mettere da parte le vecchie ruggini e a unirsi. Ma l’Unione Sovietica è scomparsa da tempo e la Russia di Putin non è davvero un sostituto plausibile.

Un altro elemento di tensione è la pressione crescente dell’immigrazione, con i profughi che cercano scampo dalle guerre in Medio Oriente, o in fuga dalla tirannia e dai cambiamenti climatici in Africa. La “minaccia” posta dall’immigrazione viene molto esagerata, ma i 28 diversi governi dell’Ue non hanno trovato una politica coerente ed efficace per affrontarla, mentre i populisti sfruttano la questione con grande successo.

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Il gruppo dei partiti populisti di destra possiede attualmente 37 seggi su 751 al parlamento europeo ma gli ultimi sondaggi prevedono che arriverà a 61 seggi alle elezioni di maggio. Se il Regno Unito sarà ancora nell’Ue, il che sembra probabile, il totale potrebbe salire a un centinaio, ma non sarebbe una vittoria travolgente.

La preoccupazione non riguarda l’immediato futuro, ma la tendenza generale. Sono due decenni ormai che i populisti si rafforzano, e se la cosa continuerà per altri cinque anni, l’Ue potrebbe scomparire, proprio come accaduto all’Unione Sovietica nel 1991. E quindi, almeno da questo punto di vista, le notizie che arrivano da Spagna e Slovacchia sono buone notizie.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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