La st​rada statale 106 Jonica tra Bova Marina e Palizzi, dicembre 2019. (Giovanni Pulice, Contrasto)

Senza politica. La Calabria al voto

La st​rada statale 106 Jonica tra Bova Marina e Palizzi, dicembre 2019. (Giovanni Pulice, Contrasto)
24 gennaio 2020 09:55

Paragonate nientedimeno che alla battaglia di Stalingrado se vincerà Bonaccini, alla caduta del Muro di Berlino se vincerà Borgonzoni, le elezioni regionali in Emilia-Romagna sono molto coccolate dai media da almeno sei mesi. Abbiamo dovuto aspettare invece metà dicembre perché ai titoli sulla disfida di Bologna venisse aggiunta la laconica informazione che il 26 gennaio si vota anche in Calabria, e l’inchiesta anti-’ndrangheta di Nicola Gratteri perché della Calabria si tornasse a parlare, salvo rare e meritorie eccezioni, secondo la consueta sceneggiatura del genere “Guardie e ladri”. Ma se in Emilia-Romagna la posta in gioco è la fine del modello socialdemocratico ex comunista, in Calabria è la fine della politica tout court. E dunque, a dispetto dell’onorevole Giorgetti che dichiara candidamente nello studio di Otto e mezzo che “della Calabria non importa niente a nessuno” senza che nessuno in studio muova un sopracciglio, converrebbe buttarci un occhio più attento e più preoccupato.

Un’offerta politica desolante
Alla contesa per il governo della regione partecipano quattro candidati alla presidenza sostenuti da un totale di 14 liste, e l’aggettivo più in voga per definire il quadro complessivo dell’offerta politica è “desolante”. Jole Santelli, berlusconiana della prima ora, deputata di Forza Italia alla quinta legislatura, ex sottosegretaria alla giustizia, è riuscita con la benedizione di Berlusconi a unificare un centrodestra che si era diviso sul nome del sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, prescelto inizialmente da Berlusconi malgrado le indagini giudiziarie pendenti, ma bloccato da Salvini, e su quello del sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, ex forzista da poco avvicinatosi alla Lega e beatificato come “ottimo amministratore” dall’ex ministro dell’interno nel corso del suo blitz elettorale calabrese – una definizione che fa sobbalzare chi quell’amministrazione la sperimenta ogni giorno ma che vale la promessa di un assessorato nella prossima giunta regionale.

Santelli, che non fa mistero di dover combattere con un serio problema di salute, è sostenuta da sei liste (FI, Lega, FdI, Udc e due civiche) bene infarcite di clientele nonché di transfughi dal centrosinistra, e ha dalla sua i sondaggi ma non la fama: circolano in rete tracce delle clamorose gaffe accumulate nella sua carriera, dalla definizione dell’Isis come “l’agenzia americana contro il terrorismo internazionale” alle battute sui neri “che non hanno bisogno di truccarsi”, pallida imitazione di quelle più note di Berlusconi su Obama “bello e abbronzato” o di quelle che Salvini ha sparato pochi giorni fa a Riace sui migranti come “turisti che non pagano”. Al di là della compattezza di facciata della coalizione, l’impressione è di una candidata alla presidenza – la prima donna in una regione del sud – incapsulata in un gioco cinico e tutto maschile che per un verso punta sull’apporto di voti delle cordate più forti sul territorio, per l’altro affida all’icona nazionale di Salvini il rilancio del brand del centrodestra. Ma lo stesso Salvini, che ha battuto l’Emilia-Romagna palmo a palmo, ha riservato alla Calabria giusto il tempo di un paio di blitz, trovando ad accoglierlo piazze tutt’altro che oceaniche e contestazioni ovunque. Per quanto attrattiva sia la sua immagine di uomo forte, per quanto abile sia la sua capacità di spacciarsi per un prode combattente anti-’ndrangheta o di improvvisarsi un perfetto conoscitore delle risorse dell’agricoltura e della pesca locali contro i soprusi di Bruxelles, per quanto possa funzionare la sua sostituzione dell’antimeridionalismo leghista delle origini con la fobia antimigranti, l’ipotesi che l’estremo sud dello Stivale si consegni a una destra a trazione leghista continua a sembrare surreale.

Di contro alla compattezza, sia pure di facciata, del centrodestra c’è la frammentazione dell’altro campo. Che è improprio definire di sinistra o di centrosinistra visto che nessuno dei tre candidati in lizza si definisce tale, anzi tutti e tre marciano all’insegna del “né né”, né di destra né di sinistra: il Movimento cinque stelle sarà pure al tramonto ma il suo slogan postideologico ha fatto scuola. Sì che ovviamente non è né di destra né di sinistra il candidato pentastellato Francesco Ajello, docente di economia all’Unical, due liste a sostegno e il fuoco amico di Nicola Morra contro. Ma non è né di destra né di sinistra nemmeno Pippo Callipo, imprenditore del tonno ed ex presidente regionale di Confindustria noto per il suo impegno antimafia, che dieci anni fa si era candidato con una lista “per la legalità” appoggiata da Italia dei valori (conquistando un 10 per cento sufficiente a far cadere il governatore uscente di centrosinistra e a far vincere il centrodestra), cinque anni fa aveva dato il suo appoggio al centrodestra e oggi ci riprova da indipendente appoggiato dal Pd. E non è né di destra né di sinistra Carlo Tansi, geologo ed ex capo della protezione civile regionale, tre liste civiche a sostegno che raccolgono qualche frammento della sinistra radicale ma senza sigle e senza dirlo.

Con un quadro politico di questo tipo – e una legge elettorale che con il premio di maggioranza consegna tutto il potere alla coalizione vincente, mentre esclude dalla rappresentanza le liste coalizzate che non raggiungono il 4 per cento e quelle non coalizzate che non raggiungono l’8 per cento – , è facile pronosticare, oltre a un inevitabile picco astensionista, cinque anni di governo della destra e di ulteriore destrutturazione del centrosinistra. E questo malgrado sia targato Pd il governo regionale uscente guidato da Mario Oliverio, e malgrado le percentuali dell’M5s alle politiche del 2018 (43 per cento) e alle europee (26,7 per cento): una situazione di partenza che avrebbe dovuto suggerire agli attuali contraenti del patto di governo nazionale di puntare sulla Calabria per rafforzarlo. Invece hanno fatto di tutto per demolirlo, gettando nel disorientamento gran parte del loro elettorato mai come oggi tentato dall’astensione. Come e perché sia prevalsa questa pulsione distruttiva si spiega solo risalendo alla madre di tutti i problemi, che come spesso accade nel centrosinistra italiano si chiama Pd.

Il suicidio del centrosinistra
Flashback sui precedenti. Nell’agosto scorso il Pd – in Calabria perennemente commissariato – mette definitivamente il veto sulla ricandidatura di Oliverio in nome di un non meglio precisato rinnovamento. Su Oliverio e su alcuni amministratori del suo inner circle pendono quattro inchieste della procura di Catanzaro per abuso d’ufficio e corruzione, una delle quali gravata secondo la cassazione da un “chiaro pregiudizio accusatorio” e un’altra derubricata dal gip. Ma il Pd non spiega il suo veto con motivazioni giudiziarie, né con motivazioni politiche sui meriti (uso dei fondi europei, orientamento in materia di immigrazione favorevole al modello Riace, incentivazione dell’agricoltura biologica, del recupero dei borghi abbandonati, della produzione culturale) e sui demeriti (programmazione, sanità, strapotere del “cerchio magico” del governatore) dell’amministrazione uscente. Si capisce che la parola d’ordine del rinnovamento, e il rifiuto di indire le primarie, hanno a che fare con il cambiamento del clima politico nazionale: caduto il governo giallo-verde e nato quello giallo-rosa, il Pd di Zingaretti punta a un’alleanza stabile con l’M5s, di cui le regionali dovrebbero essere il laboratorio. Per la Calabria non serve più un uomo di partito ma un candidato “della società civile”, cioè un imprenditore come in Umbria, magari scelto dai cinque stelle e comunque più trasversale possibile.

Si sa com’è andata a finire: fallito l’esperimento unitario in Umbria, l’M5s decide di correre da solo sia in Emilia sia in Calabria. L’ottima idea di candidare l’editore Florindo Rubbettino naufraga nel giro di poche ore per il rifiuto dell’M5s di appoggiarlo, come pure quella inspiegabile di lanciare Maurizio Talarico che ha il solo merito di produrre le cravatte preferite da Giuseppe Conte, e infine il Pd atterra su Callipo, sempre nella speranza vana di riacchiappare i cinque stelle che invece perseverano su Ajello, mentre Oliverio resta a sua volta in campo fino a quando il suo partito non minaccia di espellerlo e la procura di Catanzaro non torna a colpire alcuni suoi collaboratori molto prossimi. Fallisce nel frattempo anche il tentativo in extremis della coordinatrice regionale delle sardine Jasmine Cristallo di far fare a tutti un passo indietro per trovare una candidatura unitaria e rappresentativa della società calabrese più giovane, più lontana dalle vecchie logiche e dai vecchi stereotipi, più capace di riportare a casa esperienze e competenze maturate anche altrove. Ma salvo la disponibilità di Oliverio ciascuno prosegue per la sua strada e Zingaretti, che fino a questo punto della storia in Calabria non ha mai messo piede, corre a benedire la candidatura dell’“uomo del riscatto e della rivoluzione civile che può liberare questa meravigliosa terra”.

Il palazzo di giustizia in costruz​ione, Reggio Calabria, dicembre 2019. (Giovanni Pulice, Contrasto)

Il Pd è fatto così: o segue una logica partitocratica ferrea e autoreferenziale, o si dissolve in una “società civile” che in verità conosce pochissimo assumendone, con le retoriche etiche, le derive antipolitiche. Senza nulla togliere né alle capacità imprenditoriali e all’impegno anti-’ndrangheta di Callipo né alla rivoluzione civile che magari scoppiasse, motivare in questo modo una candidatura a governatore significa in un colpo solo dichiarare la bancarotta del centrosinistra uscente, ingabbiare la Calabria nella rappresentazione di un territorio sequestrato dalla criminalità in cui gran parte dell’elettorato giustamente non si riconosce, glissare con la retorica del riscatto sulle politiche di cui la regione necessita urgentemente per liberarsi dai suoi record negativi, nonché dalle cosche che su quei record negativi proliferano e speculano. Ma di politiche, e di politica, dalle parti del centrosinistra in campagna elettorale si parla poco o niente. E se invece si parla solo di legalità e di civismo antimafia si sa che c’è sempre qualcuno che ha più titolo per parlarne: le procure per esempio.

Gratteri a Twin Peaks
La maxi inchiesta “Rinascita-Scott” di Gratteri sulla ’ndrangheta vibonese piomba sull’opinione pubblica calabrese il 19 dicembre 2019, quando mancano ancora dieci giorni alla scadenza per la presentazione delle liste. Più di 400 indagati, 334 misure cautelari (un terzo delle quali già revocate o riformate dal gip o dal tribunale della libertà: tra queste gli arresti domiciliari e il divieto di dimora richiesti dalla procura rispettivamente per Luigi Incarnato e Nicola Adamo, i collaboratori di Oliverio di cui sopra), 15 milioni di beni sequestrati, tremila militari impiegati. E un teorema suffragato dalle dichiarazioni di alcuni pentiti e da una mole di intercettazioni accumulata in tre anni di indagini: la ’ndrangheta, multinazionale del crimine esportata dalla Calabria in tutto il mondo, è un’organizzazione che agisce su più livelli – intimidatorio, imprenditoriale, finanziario, politico – grazie a una fitta rete di complicità e intermediazioni che fanno capo alla massoneria (legale e “deviata”) e infiltrano le professioni, l’amministrazione pubblica, le banche, il ceto politico e non ultimi i tribunali.

Il teorema in verità non è nuovo: è il medesimo su cui nella stessa procura di Catanzaro lavorò anni fa l’allora giovane sostituto Luigi De Magistris, bloccato dal suo procuratore capo e da un conflitto interno alla magistratura che lo stesso De Magistris ha ricostruito dettagliatamente all’indomani dell’annuncio dell’inchiesta di Gratteri. Ma oggi il contesto è diverso, e non solo perché stavolta Gratteri è il capo di se stesso e ha il suo ufficio dalla sua parte, ma perché è cambiata, nella regione e nel capoluogo, la percezione della gravità e della pervasività del fenomeno ’ndranghetista. Per la prima volta, a Vibo una manifestazione spontanea festeggia la retata contro una delle cosche più potenti e radicate della regione: è il segno di un sentimento di liberazione e di un desiderio di legalità, ma è un segno doppio, com’è doppio quello della manifestazione di sabato scorso in sostegno di Gratteri, perché non c’è mai da festeggiare troppo quando un’esigenza di libertà si esprime solo attraverso il linguaggio penale e il desiderio di legalità si affida solo a un procuratore. E c’è da festeggiare ancora meno se il procuratore in questione riceve in pompa magna e in piena campagna elettorale l’ex ministro dell’interno e accetta di diventarne un’icona da sbandierare.

Tutto del resto è doppio in questa storia, come a Twin Peaks. Prima che scatti la “Rinascita-Scott” il capoluogo della regione è già ferito da “Gettonopoli”, un’altra inchiesta della procura che mette sotto indagine l’intero consiglio comunale per le truffe consumate da alcuni consiglieri incassando gettoni e rimborsi non dovuti per l’attività simulata nelle commissioni permanenti: l’inchiesta, su cui “l’ottimo amministratore” Abramo tace per settimane, è sacrosanta ma rischia di fare di ogni erba un fascio e di gettare l’ombra del sospetto anche sui consiglieri del movimento Cambiavento, l’unica forza di opposizione che abbia delineato negli ultimi anni un’alternativa praticabile per la città.

Ma quando esplode l’inchiesta anti-’ndrangheta la ferita diventa una voragine. Di fronte all’arresto e alla pesantezza degli addebiti che incombono su una figura chiave dell’inchiesta – Giancarlo Pittelli, avvocato molto radicato in città, ex parlamentare di Forza Italia traslocato in Fratelli d’Italia, già coinvolto e prosciolto nell’inchiesta di De Magistris, cui Gratteri attribuisce ora il ruolo di intermediario tra la cosca Mancuso, la massoneria, il mondo degli affari e la magistratura – il capoluogo oscilla tra l’indignazione e l’incredulità. Gratteri è l’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto per alcuni, è l’ennesimo caso di protagonismo mediatico dei pubblici ministeri per altri. C’è chi abbraccia il suo teorema e chi ribatte che, come diceva Sciascia, “se tutto è mafia niente è mafia”. C’è chi in nome del garantismo ne contesta i metodi – arresti a strascico sovente revocati, conferenze stampa sopra le righe, propositi rivoluzionari inappropriati, diritti degli indagati incerti – e c’è chi in nome del garantismo replica che a calpestare i diritti di chiunque è la ’ndrangheta e non chi la combatte. Sfugge agli uni e agli altri che proprio il significato del garantismo è una delle poste in gioco della “Rinascita-Scott”, Pittelli essendo un esempio paradigmatico della torsione di senso che il garantismo ha subìto in epoca berlusconiana diventando innocentismo e pretesa impunità. E sfugge a chi guarda da fuori quello che avviene in Calabria, il cambiamento nella percezione della ’ndrangheta che l’inchiesta di Gratteri provoca soprattutto nella borghesia urbana: una mafia non più solo locale-globale, cioè radicata in territori arcaici e ramificata in mezzo mondo, ma infiltrata nel tuo posto di lavoro e nella scrivania di fianco alla tua.

L’effetto finale è di uno sgomento e di un disorientamento che non trova sedi di elaborazione politica collettiva, perché la campagna elettorale per le regionali parla d’altro o di nulla mentre i media si infilano a modo loro in questo vuoto. Nel silenzio generale delle televisioni nazionali, pubbliche e private, sulle regionali calabresi La 7, che non fa eccezione a questa regola salvo i viaggi di Zoro lungo la statale jonica, manda in onda un servizio su “Gettonopoli” che meritoriamente fa luce sulle truffe, ma all’interno del solito frame narrativo che riduce la regione e il capoluogo a un’accozzaglia di corrotti e incompetenti, senza rendere conto di quanti all’andazzo dominante si oppongono o sono estranei. Lo scandalo mediatico accelera le dimissioni già decise degli esponenti di Cambiavento dal consiglio comunale di Catanzaro, cui si accodano quelle minacciate, ma non ancora formali del gruppo di Forza Italia che coglie l’occasione per una resa dei conti con “l’ottimo amministratore” ex forzista ora sedotto da Salvini. Anche il capoluogo corre dunque con ogni probabilità verso nuove elezioni, e il cerchio si chiude dove l’avevamo lasciato aperto, sulla finta compattezza iniettata di veleni interni del centrodestra che il 26 gennaio con ogni probabilità celebrerà la conquista della Cittadella regionale.

La normalità senza rappresentazione
Tra la politica latitante, le procure iperattive e i media che costruiscono e riproducono l’immagine di una Calabria criminogena e fuori dal mondo e dal tempo si chiude lo spazio della rappresentazione di tutto quello che c’è in mezzo: problemi, risorse e normalità di una regione che soffre in primo luogo di una narrazione parziale, schiacciata sullo stigma dell’eccezione e dell’emergenza continua. I problemi, fatti i conti, si riducono a due: l’esodo dei giovani che emigrano per mancanza di lavoro e non trovano più ad accoglierli il paradiso della grande industria fordista degli anni cinquanta ma il purgatorio della precarietà neoliberista di oggi; e la cittadinanza dimezzata di chi resta, che con buona pace dei fautori dell’autonomia differenziata paga le tasse come si pagano, o non si pagano, in tutta Italia ma ne riceve in cambio la metà dei servizi (sanità, trasporti, istruzione), degli investimenti e delle infrastrutture del resto d’Italia.

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Le risorse, oscurate ma molto meno marginali di quanto si creda, sono le nuove imprese di qualità che crescono soprattutto nell’agroalimentare e nell’agricoltura biologica, nel terziario knowledge-intensive, nel turismo culturale, nel tessile (una recente inchiesta di Symbola, la fondazione per le qualità italiane, ne censisce 150); un terzo settore soprattutto cattolico che supplisce egregiamente a molte carenze dello stato sociale; isole d’eccellenza nelle università e persino nella tanto vituperata sanità; e ancora, i giovani che tornano per mettere a valore nella terra d’origine le esperienze formative fatte all’estero, i borghi che si ripopolano di migranti come la Riace di Lucano o di cittadini nordeuropei che scoprono i microclimi del sud, il cinema di giovani registi strepitosi come Jonas Carpignano, Michelangelo Frammartino, Alice Rohrwacher che girano in Calabria al di fuori del copione della ’ndrangheta, i romanzi di Domenico Dara e di Sonia Serazzi e dei Lou Palanca. La normalità infine è quella della vita quotidiana in una regione che non è il far west ma un posto dove si vive e si muore, si lavora e si va in vacanza, si leggono libri, si va al cinema e a teatro come nel resto d’Italia e del mondo, ma a differenza del resto del mondo questa normalità resta senza rappresentazione.

Non è la retorica della “Calabria che resiste” contrapposta a quella della Calabria criminale e ultima in classifica nella scala della ricchezza. La Calabria è una realtà contraddittoria, ridisegnata dall’esaurimento del rapporto funzionale tra sviluppo e sottosviluppo degli anni gloriosi del capitalismo italiano e dal trionfo dell’etica del “ciascuno faccia per sé” che in epoca neoliberale ha spaccato l’Italia fino alla secessione dei ricchi. Leggere queste contraddizioni creativamente e con in testa un’idea di futuro sarebbe compito della politica. Se solo ci fosse.

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