Il grande errore di Trichet

15 settembre 2011 17:15

Nel luglio del 2008, alla vigilia di una delle più gravi crisi finanziarie della storia, la Banca centrale europea fece una mossa tanto prevedibile quanto stupida: alzò i tassi di interesse. Una mossa prevedibile perché il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, preoccupato per l’aumento del prezzo del petrolio e dei generi alimentari, pensò bene di calmierarli con un rialzo dei tassi. Ma l’intervento fu decisamente intempestivo. La crisi era già in atto: la crescita economica dell’Europa rallentò bruscamente e solo due mesi dopo ci fu il crollo dell’economia globale. Scongiurata l’inflazione, la Bce fu costretta a tagliare i tassi di interesse per evitare una catastrofe economica. Ma quel momentaneo rialzo dei tassi a luglio aveva dato il colpo di grazia a un’economia già in difficoltà.

La Bce avrebbe dovuto fare tesoro di questa esperienza. Macché. Quest’anno l’Europa ha dovuto fare i conti con una forte disoccupazione, una crescita lenta e il problema del debito pubblico, che hanno portato le economie di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, i paesi cosiddetti Piigs, sull’orlo del default. Data la situazione, Trichet avrebbe potuto evitare di toccare i tassi di interesse, come hanno fatto la Federal reserve negli Stati Uniti e la Bank of England. Invece la Bce ha alzato per due volte i tassi, ad aprile e a luglio. Risultato: la crescita europea si è fermata e la crisi del debito si è aggravata.

I politici possono sbagliare, ci mancherebbe. Ma gli errori della Bce sono frutto di una vera e propria ossessione che ha acuito i due gravi problemi dell’Europa: un debito pubblico troppo alto e una crescita troppo bassa. Questi due aspetti sono collegati: i Piigs hanno difficoltà a ripagare il loro debito pubblico soprattutto perché crescono troppo lentamente. Alzando i tassi d’interesse, la Bce ha aumentato il costo del denaro e rallentato la crescita economica: tutto il contrario di ciò che bisognerebbe fare. In realtà, quando il mese scorso la Bce è finalmente intervenuta comprando titoli di stato italiani e spagnoli per tenere a galla i due paesi, ha tappato una falla che lei per prima aveva contribuito a creare.

Gli interventi della Bce sono stati particolarmente dannosi perché decisi in un momento in cui, per affrontare la crisi del debito, i paesi europei sono stati costretti a tagliare la spesa pubblica e aumentare le tasse. Quando la politica fiscale è restrittiva, una politica monetaria espansiva può bilanciarne gli effetti. È ciò che ha cercato di fare la Federal reserve. La Bce, invece, ha deciso di stringere la cinghia, con il risultato che sia la politica fiscale sia quella economica stanno mettendo il freno all’economia.

Non si capisce a chi possa giovare questo approccio della Bce. Il suo tradizionale zelo antinflazionistico si basa sull’idea che le economie più forti del continente, in particolare quella tedesca, non hanno bisogno di aiuti per crescere e temono che l’inflazione riduca il valore reale dei loro patrimoni. La cosa migliore, per i Piigs, sarebbe una politica monetaria che faccia scendere il debito pubblico e metta in moto la crescita. Ma la Germania vuole che l’inflazione rimanga bassa e quindi si fa come dice lei. In questo momento, però, tutta l’Europa avrebbe da guadagnare da un costo del denaro più basso.

È vero, all’inizio dell’anno l’economia tedesca andava bene. Ma adesso non più. Nell’ultimo trimestre è cresciuta solo dello 0,1 per cento, meno di quella statunitense. La Germania dipende in gran parte dalle esportazioni, comprese quelle destinate al resto dell’Europa. Quindi cresce soltanto se crescono gli altri paesi. Inoltre, la crisi del debito ha colpito anche le banche tedesche, che vantano crediti importanti nei confronti dei Piigs. Un tempo si diceva che la Bce favoriva le grandi economie europee a spese di quelle piccole. Adesso, la sua politica monetaria restrittiva le sta danneggiando tutte. Tuttavia, la fissazione antinflazionistica non appartiene solo alla Bce. Una ricerca sugli atteggiamenti elettorali in tredici paesi europei dagli anni sessanta agli anni novanta indica che gli elettori tendono a punire i politici soprattutto quando cresce l’inflazione e non quando a salire è la disoccupazione. Ma questo non giustifica l’atteggiamento della Bce.

Oggi, l’aumento dei prezzi non è una minaccia reale per l’Europa. I veri pericoli sono la recessione e il debito pubblico. Trichet ama ripetere che il mandato principale della Bce è quello di mantenere “i prezzi stabili”. Ma i prezzi in Europa, dove l’inflazione è al 2,5 per cento, non sono instabili. Reagendo come se l’Europa fosse tornata agli anni venti del novecento, quando la Germania di Weimar venne travolta dall’iperinflazione, Trichet corre il rischio di ripetere gli stessi errori dei primi anni trenta, quando le politiche monetarie restrittive e di austerity imposte dalle banche centrali aggravarono di molto la situazione.

Vale la pena ricordare che in realtà fu la depressione economica, e non l’iperinflazione, a far cadere la repubblica di Weimar, spianando la strada a Hitler. La Bce ha passato l’ultimo anno a combattere il pericolo immaginario dell’inflazione. È arrivato il momento di affrontare il pericolo reale della recessione.

*Traduzione di Francesca Spinelli.

Internazionale, numero 915, 16 settembre 2011*

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Giovanni De Mauro