29 marzo 2020 13:21

Sembrava la fine di un’epoca, venerdì 20 marzo, quando io e mia moglie abbiamo attraversato le ultime gallerie aperte a Chelsea, a New York, poche e deserte. In ognuna c’erano uno o due persone dello staff che si preparavano a chiudere i battenti a tempo indeterminato. Che tristezza e che paura. In quelle ultime ore ho visto tre mostre che potrebbero competere per il titolo di “migliore del 2020”, sempre che tra nove mesi compileremo ancora classifiche del genere. Immaginare un futuro così lontano è difficile, tanto ci appare brutale e invasivo il presente.

La prima è l’enorme scultura murale in compensato realizzata da Donald Judd nel 1980 e che a New York non si era più vista dal 1981, l’anno in cui fu esposta la prima volta. Questo capolavoro si estende per tutta la lunghezza di uno dei palazzi che ospitano le sedi della galleria Gagosian. La seconda l’ho vista da Sikkema Jenkins & Co. Sono i grandi, appassionati ritratti di Barack Obama realizzati da Kara Walker, fra cui quello che lo ritrae nei panni dell’Otello di Shakespeare che tiene in grembo la testa mozzata di Donald Trump: la vista di quell’opera mi ha fatto rabbrividire tanto mi sono sentito messo a nudo. Un altro ritratto raffigura l’ex presidente nelle vesti di un selvaggio nero in perizoma, seduto in groppa a un maiale con una lancia in mano. Walker ci presenta Obama non come un uomo, ma come una figura mitologica.

La terza mostra è quella allestita alla DC Moore Gallery con i dipinti astratti realizzati da Romare Bearden negli anni sessanta. Uno shock, perché non sapevo che avesse dipinto quadri del genere.

Ora le tre mostre sono deserte, come centinaia di altre ospitate presso in altre gallerie e musei. Non ho neanche menzionato quel gioiello che è la personale di Karla Knight, un’artista statunitense poco conosciuta, alla galleria Andrew Edlin, né le splendide visioni dipinte da Agnes Pelton negli anni trenta e quaranta in mostra al Whitney museum. Sulle gallerie e i musei di tutto il mondo si è spenta la luce. E probabilmente resteranno al buio per un bel po’.

Chi supererà la tempesta
Nessuno sa quali saranno i danni economici, o che trasformazioni dovrà subire il mondo dell’arte. È un’infrastruttura complessa, composta da persone che svolgono mansioni a vari livelli, e che anche nei tempi migliori – a parte un gruppo ristretto – vivono in gran parte esistenze precarie perché dipendono dalla generosità di ricchi mecenati. Quando le gallerie riapriranno, le cose potrebbero tornare quasi alla normalità. Dopo la crisi finanziaria del 2008-2009 il settore dell’arte ha conosciuto un boom, perché le disuguaglianze erano ulteriormente aumentate e chi aveva soldi da investire li metteva nell’arte, considerata un rifugio sicuro. Così i prezzi sono saliti alle stelle, nuove megagallerie sono spuntate come funghi. Ma forse stavolta neanche le megagallerie riusciranno a superare indenni la tempesta.

Intere scene artistiche minori potrebbe essere spazzate via. Comunque vada, molte persone che lavorano in questo settore perderanno il posto e l’assicurazione sanitaria. Se i collezionisti non comprano, la gente non vede le opere d’arte e le lezioni nelle scuole sono sospese, cosa succederà ai già fragili sistemi di supporto finanziario da cui gli artisti dipendono? L’arte continuerà a esistere: l’ha sempre fatto. Sappiamo solo che sarà tutto diverso. L’inimmaginabile è diventato realtà.

La scultura murale in compensato realizzata da Donald Judd ed esposta alla Gagosian di New York. (Judd Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York; Rob McKeever; via Gagosian)

La questione è tutta qui. Il primo fondamento metafisico dell’arte è proprio quello che non è mai stato immaginato. Ecco perché posso dire, e so, che l’arte continuerà a esistere. Perché l’arte è un sistema operativo astratto avanzato, concepito per immaginare ciò che ancora non è stato visto, per cucire insieme la mente collettiva, uno strumento per inventare protocolli nuovi, per sperimentare l’estasi a partire dalla forma, per esplorare la coscienza, per disegnare una mappa della realtà, per creare costellazioni di comunicazioni silenziose che riecheggiano da un millennio all’altro. Cose che non cambiano mai, ma sono diverse per ciascun fruitore dell’arte, diverse ogni volta che guardiamo la stessa opera d’arte. Questo perché l’arte è la capacità di integrare l’inimmaginabile nel materiale. La creatività è una strategia di sopravvivenza. Sta, ed è sempre stata, in ogni cellula del nostro corpo.

Charles Darwin lo sapeva. È stato chiarissimo: chi sopravvive non è “il più forte o il più intelligente”. È tragico che si siano interpretate le sue parole in questo modo. In realtà Darwin ha detto che sopravvive “chi è più capace di adattarsi al cambiamento”. È proprio quello che fa l’arte, forse meglio di ogni altra cosa. È flessibile, adattabile, permeabile, affamata di cambiamento: altrimenti tutte le opere somiglierebbero ai geroglifici egizi, ai bassorilievi della Mesopotamia o alle Madonne di Raffaello. Questo è il motivo intrinseco per cui l’arte si modifica incessantemente. È addirittura possibile, credo, che l’arte ci usi per riprodursi ed evolversi.

I dipinti astratti realizzati da Romare Bearden esposti alla DC Moore gallery di New York. (Per gentile concessione della DC Moore Gallery )

Eppure negli ultimi decenni abbiamo visto tante persone demonizzare l’arte definendola frivola, fredda, gratuita, inutile, decadente. L’arte è anche tutte queste cose. E lo è sempre stata, perché queste cose fanno parte di ognuno di noi. Il piacere è una forma di conoscenza. Il decorativo è una forza creativa. E lo sono anche tutti gli altri valori giudicati superficiali. Dai primi braccialetti di perline creati nelle caverne alle asce di pietra dipinta del paleolitico fino alla Grande onda di Hokusai, così ornamentale, e all’arte che Matisse paragonava a “una buona poltrona”. Perfino il Saturno che divora i suoi figli è stato dipinto da Goya per decorare una sala da pranzo. Tutti questi oggetti sono forme di bellezza complesse. Nel libro Vermeer in Bosnia Lawrence Weschler scrive che il presidente del tribunale dell’Aja per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, Antonio Cassese, ogni tanto faceva una pausa dal lavoro per andare a contemplare due opere d’arte: la Ragazza con l’orecchino di perla e la Veduta di Delft di Vermeer. E non lo faceva semplicemente perché quelle opere erano “belle”, ma perché erano state “inventate per lenire il dolore” e irradiavano “un equilibrio, una pace, una serenità” che le rendeva “un balsamo per la psiche”.

A questo punto potremmo chiederci: l’arte può cambiare il mondo? Se ci riferiamo a chi soffre o sta per soffrire, non possiamo non dire di no. E tuttavia l’arte cambia le vite, e le vite possono cambiare il mondo.

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Non sto dicendo che l’arte sia speciale, sia specialmente utile o specialmente importante, soprattutto nel futuro che ci attende. È una parte del tutto. Però può aiutarci. Ieri ho visto un breve video pubblicato sul profilo Instagram del museo del Prado, che ti faceva visitare la magnifica galleria di El Greco. La mia giornata è cambiata e ancora lo sento. Oggi molte gallerie e musei stanno cercando di rendere l’arte disponibile online. Immagino un video della Notte stellata di Van Gogh trasmesso in diretta dal MoMA ventiquattr’ore al giorno per sette giorni a settimana. Il Metropolitan museum potrebbe realizzare una visita online della sua collezione egizia, mentre il New Museum potrebbe pubblicare dei video della mostra pazzesca di Peter Saul. I critici potrebbero scrivere dell’arte che esiste ovunque, invece che dell’arte esposta al pubblico o nuova. Magari io lo farò.

Forse tra due anni, quando riemergeremo pesti e malconci, le cose saranno diverse. Forse avrò scritto più necrologi di quanti ne vorrei ricordare: è già successo ai tempi dell’aids ed è stato devastante. Forse viaggeremo di meno, non voleremo più da una biennale a un’altra a chissà quante altre fiere. Forse l’isolamento forzato incoraggerà pratiche artistiche più intime, opere realizzate in spazi ridotti, al tavolo della cucina con i bambini che leggono, disegnano o fanno rumore lì accanto. Forse non ci saranno più quei giganteschi studi d’artista con schiere di assistenti; forse non dovremo assistere a eventi come certe installazioni montate in grandiosi spazi espositivi o atri faraonici. O forse, pur avendo assistito alle sofferenze e ai danni sociali ed economici più rovinosi di sempre, non avremo imparato granché.

Dopo l’11 settembre 2001 è andata così. All’inizio molti pensavano che tutto sarebbe stato diverso, pur non sapendo come. Poi si è visto che le stesse forze che avevano portato all’11 settembre erano diventate ancora più centrali nel mondo della cultura. Abbiamo visto all’opera la macchina da guerra guidata da George W. Bush e Dick Cheney e abbiamo assistito ai fatti di Flint, nel Michigan. Quindi è possibile che il nuovo coronavirus, anziché cambiare le cose, le renderà ancora più simili a com’erano prima che questa piaga si abbattesse sul mondo. La pandemia è molto diversa dall’11 settembre: molto più ampia, più misteriosa, più terrificante e di portata più vasta. Noi possiamo cambiare oppure no, ma le cose vengono cambiate da forze su cui non abbiamo il controllo. L’unica cosa che sappiamo è che i virus arrivano, ma se ne vanno anche. Ars longa.

(Traduzione di Marina Astrologo)