Il leader di Vox Santiago Abascal, al centro, arriva per un comizio a Madrid, il 6 ottobre 2019. (Bernat Armangue, Ap/Ansa)

La fine dell’eccezione spagnola

Il leader di Vox Santiago Abascal, al centro, arriva per un comizio a Madrid, il 6 ottobre 2019. (Bernat Armangue, Ap/Ansa)
11 novembre 2019 15:38

A giocare con il fuoco finisce che ci si brucia. La roulette russa delle elezioni del 10 novembre in Spagna, le seconde in sette mesi, ha spalancato le porte del parlamento all’estrema destra di Vox. Se ad aprile e ancora più dopo le europee di maggio, il pericolo Vox sembrava ridimensionato, il voto di domenica sancisce definitivamente la fine dell’eccezione spagnola. Un paese dove fino a un anno fa l’estrema destra non aveva rappresentanza in parlamento, se la ritrova ora come terzo partito, con una delle presenze più forti in Europa.

L’ascesa della formazione di Santiago Abascal, che è passata da 24 a 52 seggi, non si capisce se non si tiene conto di quello che la questione catalana ha rappresentato in questo paese negli ultimi anni. È un’avanzata nata come risposta del nazionalismo spagnolo al nazionalismo indipendentista catalano.

E una volta che il partito ha fatto irruzione nelle istituzioni (prima, un anno fa, in Andalusia, dove con l’appoggio esterno ha permesso per la prima volta un governo del Partito popolare; poi, ad aprile, in parlamento) ha abbracciato e accentuato la retorica classica dell’estrema destra sovranista europea. Nella chiusura della campagna elettorale, venerdì scorso in piazza di Colón, a Madrid, non ha baciato il rosario come Matteo Salvini ma ne ha ricordato in molti passaggi il discorso: dall’immigrazione agli attacchi alle ong o alla dittatura progre, versione spagnola dell’etichetta “radical chic”.

Dopo quattro elezioni in quattro anni, si torna alla casella di partenza: la formazione del governo che continua a dipendere da difficili alleanze

Ed è qui che finisce l’eccezione spagnola. Perché se finora il fenomeno Vox si leggeva solo in chiave anticatalana, oggi entra a pieno titolo nell’onda globale dell’avanzata dell’estrema destra e lo fa perché in Spagna, come prima in Italia, non si è capita la lezione europea. Sono anni che in Europa, dal Regno Unito, alla Francia o ai Paesi Bassi, arriva dalle urne lo stesso responso: se i partiti centristi e conservatori cercano di arginare l’estrema destra imitandola o normalizzandola, alla fine gli elettori preferiscono l’originale alla copia.

Non aver imparato la lezione è costato caro ai centristi di Ciudadanos: il partito di Albert Rivera – che sognava di essere l’Emmanuel Macron spagnolo – dopo essersi spostato a destra era da mesi immerso in una campagna elettorale permanente ed erratica, che l’ha portato da 57 a 10 seggi, condannandolo all’irrilevanza. È andata meglio al líder del Partito popolare, Pablo Casado, che dopo aver ottenuto in aprile il peggior risultato della storia del partito, si rafforza al secondo posto con 22 seggi in più. Ma non ci sono tanti margini per festeggiare: l’ascesa di Vox complica i movimenti del partito, rendendo difficile l’idea di un’astensione per dar vita a un governo a guida socialista e impossibile l’idea di una grande coalizione, che lascerebbe a Vox la leadership dell’opposizione.

La lezione europea non è stata capita nemmeno a sinistra. Il tira e molla degli ultimi mesi, con l’incapacità del Partito socialista spagnolo (Psoe) di Pedro Sánchez e del Podemos di Pablo Iglesias di giungere a un accordo, ha portato a un parlamento ancora più frammentato. Il Psoe perde 730mila voti e Podemos 630mila. Sánchez, il “superviviente” della política spagnola, che in tre anni è passato dal perdere le elezioni e il controllo del partito alla riconquista della segreteria generale e alla presidenza del consiglio, sperava di ridimensionare le pretese di Podemos per un governo di coalizione, arrivando ai 140 seggi che a giugno prevedevano i sondaggi. Un abbaglio alimentato dalle tentazioni di cedere alle sirene del marketing politico. A novembre, dopo le immagini dei roghi di Barcellona, lo scenario era così cambiato che anche un evento storico come l’esumazione di Franco dal Valle de los Caídos è passato completamente in secondo piano.

E ora, dopo quattro elezioni in quattro anni, si torna alla casella di partenza: la formazione del governo che continua a dipendere da difficili alleanze e dall’astensione degli indipendentisti catalani. Solo che come terzo partito c’è l’estrema destra di Vox .

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