I manifestanti a Barcellona, il 18 ottobre 2019. (Joan Mateu, Ap/Ansa)

La crisi senza uscita della Catalogna

I manifestanti a Barcellona, il 18 ottobre 2019. (Joan Mateu, Ap/Ansa)
22 ottobre 2019 11:57

Nella piazza di Urquinaona domenica mattina gli operai si sono messi al lavoro presto. C’era da riparare l’asfalto, rimettere a posto i marciapiedi smozzicati, riparare la pensilina della fermata del bus distrutta dal fuoco, in quello che è stato lo scenario della battaglia campale che, il 18 ottobre, ha incendiato quest’angolo del centro di Barcellona. È stata la peggiore giornata delle proteste scoppiate dopo la sentenza di condanna emessa dalla corte suprema spagnola nei confronti dei leader dell’indipendentismo catalano. Per oltre otto ore gli agenti della polizia nazionale e dei mossos d’esquadra, la polizia catalana, hanno caricato e respinto, sparando proiettili di gomma e lacrimogeni, decine e decine di giovani che con cassonetti, transenne e segnali stradali divelti hanno costruito barriere da dove lanciavano petardi e pietre. Da lì la protesta si è poi estesa a vari punti del centro, dal quartiere di Gràcia all’Eixample, con roghi che hanno riempito l’aria dell’odore acre della plastica bruciata.

Il bilancio dopo una settimana di proteste cominciata con l’occupazione dell’aeroporto de El Prat è di 600 feriti (un agente e un manifestante in condizioni gravi), 200 arresti e danni per 2,5 milioni di euro.

Mentre venerdì a Urquinaona cominciavano gli scontri, mezzo milione di persone manifestava pacificamente nei Jardinets de Gràcia, dove sono confluite le cosiddette “marce della libertà”, partite due giorni prima da vari punti della Catalogna, nell’ennesima dimostrazione della capacità di mobilitazione dell’indipendentismo, due anni dopo il referendum unilaterale sull’indipendenza del 1 ottobre 2017.

Al loro arrivo sulla Diagonal, una delle arterie principali della città, centinaia di persone aspettavano al lato della strada per accogliere i manifestanti tra gli applausi e intonare insieme Els Segadors: l’inno ufficiale della Catalogna risuona a loop nelle piazze delle proteste insieme ai cori che chiedono la “libertà dei prigionieri politici”, i leader indipendentisti condannati con pene dai 9 ai 13 anni di carcere per sedizione. Questa è rubricata come reato contro l’ordine pubblico e non contro la costituzione, come è invece la ribellione, l’accusa che muoveva la procura generale e che prevedeva pene fino a 30 anni.

Indipendentisti divisi
Le condanne, soprattutto quella ai due “Jordis” – Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, leader rispettivamente di Assemblea nazionale catalana e Omnium, le due entità della società civile che per anni hanno mosso le fila del procés per l’indipendenza da Madrid – hanno riaperto le ferite che nessuno nei due anni passati dagli eventi dell’autunno del 2017 si è preoccupato di suturare. Né a Madrid né a Barcellona.

L’azione del governo centrale, che nel frattempo da oltre un anno è passato di mano dai conservatori del Partito popolare ai socialisti del Psoe, non è andata oltre la via giudiziaria. Il presidente del governo Pedro Sánchez ha visitato gli agenti feriti a Barcellona ma si è rifiutato di incontrare il presidente della Generalitat Quim Torra, a cui ha chiesto di condannare espressamente le proteste violente. A venti giorni dalle nuove elezioni del 10 novembre, con i sondaggi che non prevedono i risultati sperati e l’estrema destra di Vox che, in affanno dopo le europee, è data ora in rapida risalita, da quel fronte non c’è da aspettarsi aperture.

Ma anche a Barcellona, dopo il momentum della sentenza non sembra esserci un’idea chiara sulla direzione da prendere. Il Govern, il governo autonomo catalano, è formato da due soci che si sopportano a stento: Esquerra republicana – la sinistra il cui leader ed ex vicepresidente regionale Oriol Junqueras ha ricevuto la condanna più alta – e Junts per Catalunya, la formazione in cui è confluita la destra indipendentista catalana e che ora è telediretta dall’ex presidente Carles Puigdemont, fuggito in Belgio dopo il simulacro di dichiarazione unilaterale di indipendenza di due anni fa. Quanto sia profonda la divisione nelle file dell’indipendentismo lo dimostra la velocità con cui Esquerra si è affrettata a smentire la proposta del presidente della Generalitat, Quim Torra, di indire un nuovo referendum prima della fine della legislatura.

Il Govern e chi lo rappresenta, il presidente Torra, non sembrano in grado di controllare quello che sta succedendo in questi giorni per le strade di Barcellona e delle altre città – Girona, Lleida, Tarragona – dove la protesta è degenerata. E non si tratta solo di chi accende i roghi nelle piazze.

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In strada gli autori della guerriglia urbana di questi giorni erano giovani e giovanissimi, molti cresciuti negli anni caldi del procés, alcuni appartenenti agli ambienti dell’indipendentismo radicale e dell’anarchismo, altri semplicemente mossi dalla voglia di “esserci”. “Sergi, smetti di fare foto e vivi il momento”, diceva uno di loro a un altro correndo tra un rogo e l’altro nelle strade dell’Eixample. Eppure nel medio e lungo periodo il vero problema è un atteggiamento di comprensione verso le proteste violente che si è fatta largo in un movimento che aveva scelto il pacifismo come il miglior argomento nella “battaglia per la narrazione” di quello che sta accadendo in questi anni in Catalogna.

“Non difendo la violenza ma essendo pacifici non abbiamo ottenuto molto. C’è molta frustrazione”, diceva Maria, una signora arrivata da Martorell, una trentina di chilometri da Barcellona, con una delle “marce della libertà”. Un pensiero che ripetevano in molti nella grande manifestazione di venerdì. Ed è un “ma” più difficile da gestire dei roghi di queste notti. Anche perché non si vede nessuno con la volontà di aggiustare tutto quello che si è rotto in questi due anni, né di farlo in fretta come hanno fatto gli operai con la colata di asfalto fresco nella piazza di Urquinaona.

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