31 ottobre 2015 11:45

L’aria da derby circolava da tempo e non c’era dubbio che in questi mesi amari i (cosiddetti o addirittura sedicenti) successi milanesi contribuissero ad alimentare la depressione dei romani. Un contributo marginale, forse irrilevante di fronte a tante altre più corpose ragioni per essere depressi in quanto romani, che però ha improvvisamente animato confronti e discussioni. Ma non è che animazione e discussioni facessero emergere argomenti di particolare interesse. Nel migliore dei casi si sono sentiti riecheggiare temi da tempo sviscerati, in libri che certo non lasciano spazio alle approssimazioni. Ma per lo più ci si è soffermati su ragioni banali e poco significative, baloccandosi con stereotipi talmente generici da suonare irritanti.

Un tratto solo della infinita catena di affinità e differenze tra Milano e Roma merita forse attenzione, se non altro come ipotesi che aiuta a spiegare la tragedia romana. Si tratta del rapporto peculiare e quasi opposto che le due città hanno intrattenuto con la politica. Con la cautela che si deve mantenere quando si parla di strutture complesse come due città che meriterebbero di essere osservate da vicino, evitando il più possibile visioni generali e onnicomprensive. E con l’avvertenza che per politica si intende qui sostanzialmente quella incarnata dalle varie istituzioni che agiscono, più o meno dall’alto, nelle metropoli moderne. Da questo punto di vista può, con prudenza, essere ipotizzata una differenza fondamentale: Roma ha bisogno della politica, Milano no.

L’origine della diversità

A Milano la società civile (ossia i cittadini ma anche l’amministrazione locale) pare avere competenze, risorse, valori, energie per realizzare progetti e trasformazioni a prescindere dalla necessità che la politica orienti e sostenga questi percorsi. A Roma, senza l’intervento o il riferimento alla politica, nulla pare capace di muoversi, realizzare, trasformare. L’alterna fortuna delle due città nei recenti decenni sembra discendere da questa diversità. A parte gli anni cinquanta e sessanta, in cui una politica potente ovunque non ha impedito che, in modo analogo nelle due capitali, accanto alla modernizzazione dilagasse il degrado del tessuto urbano (le periferie milanesi, le baracche romane), le strade sembrano poi essersi divaricate. Milano pareva rabbuiarsi e rattrappirsi con una società civile straziata dalle bande armate che nascevano al suo interno mentre a Roma una politica un po’ più aperta e propositiva raccoglieva e generava nuove energie culturali.

Poi, nel corso degli anni ottanta, la vitalità creativa milanese è esplosa coesistendo con una nuova politica dinamica, aggressiva, spregiudicata mentre, stretti un po’ i cordoni della borsa pubblica, implodeva precocemente parte della gloriosa Estate Romana. Negli anni novanta l’altalena ha visto Milano sfregiata e disonorata anche culturalmente da Mani pulite mentre a Roma, leggermente più immune, si sviluppava una nuova stagione di spettacolare impegno pubblico (è l’arco di anni dalle giornate nere milanesi che cominciano il 17 febbraio del 1992 alla prima Notte bianca romana il 27 settembre 2003). Infine, negli anni più recenti, Roma entrava nel tunnel della sua dissipazione criminale mentre Milano, con energie che sfioravano appena il mondo politico, costruiva il suo piccolo Rinascimento di darsene recuperate ed esposizioni sovraffollate.

Se si perdona l’inevitabile schematicità di questa ricostruzione, è possibile trarre una conferma: a Milano la politica conta poco, a Roma troppo. E non parliamo dell’ovvia invadente presenza delle istituzioni nazionali nelle strade e nell’immaginario capitolino: non va mai dimenticato che Roma è capitale non di uno ma di due stati. L’unica città al mondo di fatto capoluogo di uno stato straniero che, per esempio, indice un Giubileo non sul proprio ma sull’altrui territorio. Grande opportunità, certo, e importante sfida da raccogliere. Ma è come se – si passi l’irriverenza – uno celebrasse il proprio compleanno in casa del vicino di pianerottolo, obbligandolo pure a organizzare la festa e sostenere buona parte delle spese. Limitiamoci solo a una piccola fenomenologia locale: è improbabile che di fronte a Palazzo Marino si tengano metà delle manifestazioni che, con varie attese e pretese, hanno luogo in Campidoglio. Per venire a una vicenda più circoscritta e vicina, colpisce come nella lunga e per molti versi appassionante vicenda del Teatro Valle si sia arrivati a occupare l’assessorato comunale in preda a un’ossessione di riconoscimento politico quando un’esperienza così originale doveva semmai rimarcare la sua autonomia e irriducibilità. Ma a Roma pare impossibile sopravvivere senza un riferimento, un appoggio, un sostegno.

È vero che questo suona sinistramente vicino alla logiche con cui le piccole cordate criminali hanno divorato parte della capitale. Ma, sebbene sottolineando l’assenza di qualunque affinità, si deve ammettere l’atteggiamento simile largamente presente anche nella parte potenzialmente migliore della città. Nella confusione di ceti, gruppi e valori che anima Roma (confusione felice in pochi momenti magici, uno gnommero che merita pure di essere difeso di fronte a settarismi e classismi) non esistono anticorpi perché non esistono distinzioni.

Poche speranze per il presente

Questa eterna sfumatura chissà se democratica o plebea è assente a Milano ma ha consentito di mettere meglio in sicurezza competenze, talenti e anche princìpi morali. Indagare le radici di questa differenza rischia di ricadere nei pericoli denunciati poco sopra anche senza risalire l’arco lungo della storia (le solite citazioni dell’Illuminismo lombardo e della buona amministrazione austriaca contrapposte agli scenari cupi e servili resi universali dalla feroce lucidità poetica di Giuseppe Gioachino Belli). Tutto vero, per carità, ma anche lievemente inutile da ricordare. Fronteggiare l’esito di questa storia significa provare a cambiarla.

Il presente suggerisce poche speranze. Senza entrare nel ginepraio delle controversie intorno a Ignazio Marino, è evidente come l’ombra della politica renda più buia una società scura e opaca di suo. Come le poche energie superstiti al declino delle militanze siano attraversate da nuove divisioni. Come insomma l’incertezza della politica sembri arrestare quei pochi segnali di movimento che questi anni strani, anomali, del tutto particolari avevano comunque visto spuntare. Reiterando il vizio che tiene in scacco la città: una dipendenza dalla politica ormai grottesca nelle motivazioni (per ragioni di bilancio economico e simbolico, la politica è troppo debole per supportare alcunché) e del tutto distruttiva negli esiti.

Rompere questa situazione è difficile: Roma è una città drogata dalla politica (dipendenza è perciò la parola giusta), uscirne fuori prevede traumi e costi. Tra i tanti dati squadernati in queste ore per motivare il confronto tra Roma a Milano quello che più colpisce non riguarda l’economia, la demografia o il territorio ma le automobili. Con un reddito medio nettamente inferiore i romani possiedono molte più automobili dei milanesi: ogni mille abitanti 865 contro 520. Hanno buone ragioni di affidarsi al proprio privato mezzo di locomozione, i romani, o forse ne hanno una soltanto: lo stato del trasporto pubblico. Ma più ancora del suo cattivo funzionamento agisce qui una disfunzione collettiva, una manifestazione esorbitante di sfiducia persino eccessiva, di esibizione sicuramente esagerata. Forse è questa la metafora giusta: per i romani la politica è come l’automobile. Non se ne può fare a meno anche quando è controproducente o comunque largamente inutile. Però è anche una metafora che sembra chiudere ogni prospettiva: cambiare davvero è impossibile quanto fidarsi dell’Atac.

Ma intanto l’esercizio anche solo mentale di pensare alla città, alle sue varie forme di associazione, in definitiva alle sue persone come capaci di iniziativa autonoma (e dunque pure – ecco il difficile – di autonoma responsabilità), capaci di trovare identità e persino risorse (denaro, per esempio) altrove può avere qualcosa di salutare. Come prepararsi a qualcosa (Roma libera dalla politica!) che non è mai accaduto, non accadrà, ma in forme limitate e temporanee potrebbe accadere.