03 luglio 2015 16:09

Janak sapeva che non ce l’avrebbe mai fatta: nel suo villaggio nei pressi di Kathmandu non avrebbe mai potuto mettere da parte quei 1.500 euro. Allora si è indebitato, ma ne sarebbe valsa la pena: in cambio l’agenzia, la più economica che fosse riuscito a trovare, gli avrebbe fornito un lavoro in un paese lontano che chiamavano Qatar.

Quel sacrificio, gli avevano detto, sarebbe stato la sua salvezza: avrebbe avuto un buon lavoro e avrebbe guadagnato molto più di quanto non avrebbe mai potuto fare in Nepal, avrebbe potuto mandare soldi a casa, farsene un’altra e dopo un po’ sarebbe potuto tornare in patria e vivere tranquillo per il resto dei suoi giorni. La sua famiglia ne aveva bisogno, lui era in grado di farlo.

Ma poi al suo arrivo Janak ha capito che la sua storia sarebbe stata molto diversa: avrebbe lavorato sessanta o settanta ore settimanali in grandi opere edili vicine al deserto, il suo stipendio non avrebbe raggiunto i 250 euro al mese e avrebbe coperto a malapena la sua sussistenza e le rate del debito.

Non avrebbe neanche potuto cercare altri lavori: l’agenzia aveva trattenuto il suo passaporto e gliel’avrebbe reso, così gli avevano detto, solo dopo il saldo del debito. Nel frattempo, doveva fare quello che loro avrebbero ordinato, come impone la regola araba del kafala. E il caldo e le condizioni così precarie e la disperazione e l’ammasso di corpi ogni notte e il cibo triste e quei capisquadra che non ti facevano bere e, soprattutto, gli incidenti ripetuti: diversi compagni di Janak ne avevano avuti, c’erano stati feriti, persone rimaste invalide e un morto. Janak, sopra a ogni altra cosa, aveva paura.

In Qatar, dove vivono due milioni di cittadini che hanno il pil pro capite più alto del mondo, circa 90mila euro all’anno, i lavori duri vanno agli stranieri

In questi giorni la Fifa è stata al centro di uno scandalo mondiale per le mazzette intascate dai suoi dirigenti. Parte di questi soldi sembrano venire da fonti qatariote, che così facendo si sono assicurate il diritto di organizzare i Mondiali più caldi; nessuno si scandalizza invece per le condizioni di lavoro degli operai che costruiscono i suoi stadi.

Sono quasi tutti immigrati: in Qatar, dove vivono due milioni di cittadini che hanno il pil pro capite più alto del mondo, circa 90mila euro all’anno, i lavori duri vanno agli stranieri. Sono un milione e mezzo di persone, soprattutto indiani, malesi, filippini, che lavorano senza nessuna garanzia. “Se le mucche per gli hamburger di McDonald’s vivessero in queste condizioni, voi non comprereste più BigMac”, ha detto qualche settimana fa Damian Collins, un deputato conservatore britannico che è andato a conoscere quei lavoratori. Ma siccome non sono bestiame non sembrano importarci più di tanto.

Anche se sono in tanti a morire. La Confederazione sindacale internazionale (Csi) ha denunciato che al ritmo attuale più di quattromila lavoratori moriranno prima del calcio inaugurale dei Mondiali del Qatar. Nei quattro anni di costruzione delle sue infrastrutture ne sono morti già più di 1.200: sono cinque alla settimana, uno per ogni giorno feriale, verrebbe da dire, se non fosse che le settimane lavorative per loro durano sette giorni.

Non che per queste grandi opere le cose vadano sempre così: nei sei ultimi grandi appuntamenti sportivi – Mondiali, giochi olimpici invernali e non – sono morti per infortuni sul lavoro ottanta lavoratori. Il fatto è che in Qatar non c’è niente di più economico di un lavoratore straniero: sono perfetti come usa e getta. Così come sicuramente saranno usati e gettati i nove stadi che stanno costruendo per il torneo al costo di circa 3,5 miliardi di euro, in un paese che al massimo ha un pubblico per riempirne uno o due.

La Csi ha fatto due conti: se ai Mondiali del 2022 volessero osservare – chi potrebbe volerlo? – un minuto di silenzio per ogni lavoratore morto, ci vorrebbe un’ora di silenzio prima di ogni partita. Sarebbe un’esperienza affascinante: ore vuote davanti al televisore. Il mondo diventerebbe zen, sogneremmo, ci dispereremmo, penseremmo a qualcosa: come mettere fine al lavoro in condizioni di schiavitù, per esempio.