Bandiere del Partito democratico fuori dal teatro Vittoria, Roma, il 18 febbraio 2017. (Angelo Carconi, Ansa)

C’era una volta un partito

Bandiere del Partito democratico fuori dal teatro Vittoria, Roma, il 18 febbraio 2017. (Angelo Carconi, Ansa)
21 febbraio 2017 13:13

C’era una volta un partito, saldamente al potere. Uno dei pochi partiti socialisti e democratici europei che poteva vantare di avere tra le sue file il capo del governo, e addirittura l’unico partito di centrosinistra in tutta l’Unione europea in grado di vincere le elezioni europee del 2014 con il risultato strabiliante del 40,8 per cento.

Tre anni fa tanti in Europa non credevano ai loro occhi. Nel Regno Unito trionfava l’Ukip di Nigel Farage, in Francia il Front national di Marine Le Pen, in Italia invece la vittoria era del Partito democratico di Matteo Renzi, un partito europeista. Quella vittoria sembrava promettere bene per l’Unione, ma anche per l’Italia: il governo Renzi ne usciva rafforzato e poteva pretendere di avere una voce autorevole tra le potenze europee. Non era, come si è visto poi negli anni, una cosa da poco.

Infatti il Regno Unito ha voltato le spalle all’Unione europea, la Francia ha un presidente privo di un briciolo di autorevolezza, la Spagna è governata da un debolissimo governo di minoranza, la Polonia è nelle mani dei populisti di destra. Così, tra i paesi più grandi dell’Unione, erano rimasti solo la Germania e l’Italia con due governi che tenevano insieme un minimo di solidità e un orientamento europeista. Quello tedesco e quello italiano erano due europeismi un po’ diversi, l’uno quello della nazione vincente (a cui risultava quindi facile professare un orientamento filoeuropeo), l’altro di un paese duramente provato dalla crisi dell’euro e dalle politiche di austerità imposte al suo sistema economico con forti ricadute sociali.

Per questo era importante che esistesse almeno un governo in Europa che poteva fare da contraltare alla Germania della cancelliera Angela Merkel. Ma ora Berlino rischia di rimanere da sola, grazie al Pd, grazie alla decisione del partito, in fondo condivisa da tutte e due le fazioni, di fare la scissione e di andare avanti separati.

Quelle due forze saranno condannate ad allearsi, il giorno dopo la separazione

Ha del surreale quella scissione. Non si è mai visto, per fare solo un esempio, un partito spaccarsi in due parti che poi all’unisono professano la loro totale lealtà, il loro sostegno al governo in carica, quello di Paolo Gentiloni. Non si è mai vista un’assemblea nazionale come quella del Pd di domenica scorsa, dove i rappresentanti dei due campi invocavano il bisogno di una sinistra capace di arginare i populismi, di tornare nelle periferie, di battersi contro le disuguaglianze, guardandosi a vicenda in cagnesco.

E dicendo qualche bugia, come quella risuonata nell’assemblea, ma anche nella direzione del Pd di pochi giorni prima. Sia Renzi sia i rappresentanti della minoranza si sperticavano per affermare che “in questa sala non vedo nemici, non vedo neanche avversari”. Intanto aleggiava il disprezzo, il rancore, l’odio reciproco, un odio ben più radicato rispetto a quello riservato alle destre o ai cinquestelle.

Se scissione sarà, il risultato non è difficile da prevedere. Da un lato vedremo un Pd depotenziato non più in grado di reclamare di essere il perno dei futuri governi, un Pd spostato al centro. Dall’altro ci sarà un partito minoritario che reclama l’appartenenza all’ulivismo ma che, cantando bandiera rossa, coltiverà soprattutto il campo della sinistra. Quelle due forze saranno condannate ad allearsi, il giorno dopo la separazione, per avere la possibilità di governare il paese. Ma due debolezze non fanno una forza, tanto meno perché nella logica della scissione con ogni probabilità sono condannate a fare le future campagne elettorali l’una contro l’altra.

L’Italia, in breve, rischia di perdere l’unico partito strutturato rimasto sulla scena. Pochi sembrano preoccupati dei rischi che questo fatto comporterebbe per la tenuta del paese. Le prossime elezioni avranno luogo sotto il segno del proporzionale. Renzi ha voluto introdurre un sistema con un ampio premio di maggioranza per garantire la governabilità del paese. Adesso quella governabilità non sembra più dare pensieri a nessuno. Sia la maggioranza sia la minoranza del Pd ragionano tranquillamente nella logica del proporzionale, guardando soltanto al tornaconto per le rispettive liste future, con uno sguardo rivolto soltanto al partito, ai partiti, e non al paese.

Di questo passo l’Italia, tutte le simulazioni basate sui sondaggi attuali ce lo dicono chiaro e tondo, rischia di diventare ingovernabile o di vedere al massimo governi debolissimi, inciuci, accozzaglie, per giunta nel paese con la più debole crescita nell’ambito dell’eurozona. Quell’Italia sarà irrimediabilmente indebolita all’interno dell’Unione europea, a danno del paese, ma anche di un’Europa in cui verrà a mancare un altro contrappeso alla predominanza tedesca.

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