27 giugno 2020 15:55

I diplomatici cinesi hanno avuto per molto tempo la reputazione di professionisti competenti, prudenti e pacati. Di recente, però, un nuovo gruppo di giovani funzionari sembra voler abbandonare le vecchie regole per promuovere l’aggressiva narrazione sul covid-19 stabilita da Pechino. La chiamano diplomazia del “lupo guerriero”, e si sta rivelando controproducente. Poco dopo lo scoppio della pandemia, il ministro degli esteri Wang Yi ha suggerito ai diplomatici di difendere in modo più deciso gli interessi della Cina e la sua reputazione internazionale. Il virus, le cui conseguenze avrebbero potuto essere molto più lievi se non fosse stato per gli errori iniziali commessi dalle autorità locali di Wuhan, ha offerto un’occasione ideale per mettere in pratica questa nuova strategia.

Ed è proprio quello che i politici cinesi stanno facendo. A metà marzo, per esempio, il portavoce del ministro degli esteri Zhao Lijian ha sostenuto la teoria complottista secondo cui sarebbe stato l’esercito statunitense a portare il covid a Wuhan, primo epicentro della pandemia. Ad aprile l’ambasciatore cinese in Francia ha pubblicato sul sito dell’ambasciata una serie di articoli anonimi in cui si affermava (falsamente) che le autorità francesi avevano lasciato morire gli anziani da soli e senza assistenza. Un mese dopo, quando il governo australiano si è unito a Washington nella richiesta di un’indagine internazionale sull’origine della pandemia, il rappresentante cinese a Canberra ha minacciato boicottaggi e sanzioni.

Il problema è che i “lupi guerrieri”, a differenza degli agenti speciali immaginari a cui s’ispirano (il nome deriva da un famoso film d’azione cinese), non hanno ottenuto alcun risultato concreto. Invece di tutelare l’immagine internazionale del paese e placare le critiche per la gestione della pandemia, hanno danneggiato la credibilità di Pechino, allontanando gli stati con i quali la Cina vorrebbe avere rapporti amichevoli.

Se promuovere in modo aggressivo la propaganda del Partito comunista è una questione di sopravvivenza, i diplomatici lo faranno, anche se capiscono che è controproducente

Ma perché il governo cinese ha deciso di cambiare rotta? In parte a causa di una combinazione tra l’instabilità storica, radicata nel cosiddetto secolo di umiliazione cinese, e l’arroganza alimentata dall’immenso peso economico e dall’influenza geopolitica che il paese esercita sul resto del mondo. I leader di Pechino sono così determinati nel guadagnarsi il rispetto per il loro paese da essere molto suscettibili alle critiche e subito pronti a minacciare punizioni economiche quando un altro stato osa sfidarli.

Una seconda ragione sta nell’importanza che il governo cinese attribuisce alla fedeltà al regime. Sotto la leadership centralizzata del presidente Xi Jinping i diplomatici non sono valutati in base alla loro efficacia, ma alla fedeltà al partito. Questo spiega come mai Qi Yu, un burocrate senza alcuna esperienza in politica estera, sia stato nominato segretario del partito presso il ministero degli esteri, un ruolo tradizionalmente ricoperto da diplomatici navigati. Se promuovere in modo aggressivo la propaganda del Partito comunista è una questione di sopravvivenza professionale, i diplomatici lo faranno, anche se si rendono conto che è controproducente.

Di sicuro nessuno prova a convincere i dirigenti a cambiare idea, perché rischierebbe di pagare un prezzo enorme per il proprio dissenso, mentre al momento sembra che nessuno venga punito (né con critiche sui mezzi d’informazione di stato né con licenziamenti) per le conseguenze negative dell’eccessiva lealtà.

Nell’ottica del partito comunista, infatti, i risultati negativi sono legati a errori strategici, non certo a motivi politici. Di conseguenza penalizzare i diplomatici leali per gli “errori tattici” potrebbe renderli riluttanti a fare il lavoro sporco per conto del partito. Privandoli di qualsiasi incentivo a moderare il proprio approccio e offrendo una scusa plausibile per qualsiasi fallimento, questa logica favorisce gli errori politici. A peggiorare la situazione c’è il fatto che in Cina mancano una stampa libera e un’opposizione politica capaci di evidenziare i difetti della strategia del lupo guerriero.

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A differenza dei loro colleghi occidentali, i diplomatici cinesi non devono temere l’opinione pubblica e le critiche. Conta solo la volontà del partito. E i dirigenti vogliono i lupi guerrieri. Ma è un errore. In un momento in cui la reputazione di Pechino sta peggiorando e i rapporti con gli Stati Uniti sono in crisi, la Cina dovrebbe fare di tutto per differenziare la sua politica estera da quella di Donald Trump.

Il presidente statunitense sostiene teorie complottiste e risponde in modo aggressivo, con minacce e sanzioni, a ogni torto percepito. Prende le distanze dai paesi alleati in modo sconsiderato, invece di coltivare relazioni che porterebbero benefici a vicenda. Insiste ossessivamente sulla superiorità del suo paese, e ne compromette la reputazione internazionale. Dalla diplomazia cinese ci si aspetterebbe qualcosa di meglio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati