Un gruppo di amish a Byron Bay, Australia, luglio 2015.

Hanno ragione gli amish a proposito delle nuove tecnologie?

Un gruppo di amish a Byron Bay, Australia, luglio 2015.
08 novembre 2017 13:08

Lo stereotipo sugli amish – quelli che girano su calessi a cavalli e portano enormi barbe – dice che sono fermi al settecento: se in quel secolo una tecnologia non era stata ancora inventata, oggi non la usano – “Che cos’è clip clop, clip clop, bang bang, clip clop?”. “Un amish che passa sparando”. Perciò è inquietante scoprire, come ha scritto di recente il New York Times, che gli smartphone, i pc e altre macchine controllate dai computer stanno entrando sempre più a far parte della vita quotidiana delle loro comunità.

Esistono perfino panetterie amish che accettano le carte di credito. Alla faccia della vostra fantasia – d’accordo, la mia fantasia – di fuggire da questo mondo iperconnesso per rifugiarsi in un’epoca più semplice. Se anche gli amish sono diventati dipendenti dai clic e dai pagamenti senza contanti, che speranza c’è per noi?

Se non che, come fa notare Kevin Kelly nel suo libro What technology wants, gli amish non sono mai stati nemici a oltranza della modernità. “La loro vita è tutt’altro che antitecnologica”, scrive. Andando a visitare le comunità amish, ha trovato radio a batteria, fresatrici azionate da computer, pannelli solari, fertilizzanti chimici e colture geneticamente modificate. Quello che caratterizza la posizione degli amish nei confronti di qualsiasi invenzione non è il totale rifiuto, ma il fatto che partono dal presupposto di non volerla o di non averne bisogno, e che la adottano solo se è in linea con i loro valori.

Potreste fare un inventario delle tecnologie che usate e valutarle una per una in base alla loro reale utilità

Oggi come oggi, “tendiamo a dire di sì automaticamente a qualsiasi novità”, osserva Kelly, mentre la “tendenza automatica degli amish è dire di no”. Perciò le automobili non vanno bene perché incoraggiano le persone ad allontanarsi invece di costruire una comunità vicino a dove sono nate. Ma i portatili e gli smartphone vanno bene, per alcuni amish, in certi contesti di lavoro – anche se mai a casa – perché ritengono che i vantaggi offerti superino gli svantaggi.

Non intendo sostenere che dovremmo adottare i valori degli amish, che sono perlopiù illiberali, e meno che mai adottare il loro sistema per stabilire quali tecnologie sono consentite, il che essenzialmente significherebbe lasciare la decisione ai vescovi.

Ma sono d’accordo con Cal Newport, che qualche giorno fa ha citato il libro di Kelly sul suo blog: non è inquietante che la logica di base degli amish – adotta una nuova tecnologia solo se ti aiuta a fare quello che ritieni importante – ci sembri così astrusa? “Gli amish hanno chiari i loro valori”, scrive, “ e valutano le nuove tecnologie in base all’impatto che possono esercitare su quei valori”.

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Non stiamo parlando di missilistica (non so bene quale sia la posizione degli amish sui missili). Ma la maggior parte di noi sembra essere intrappolata nel paradigma opposto: prima o poi finiamo per adottare le novità semplicemente perché esistono.

Per applicare la filosofia di Newport, potreste fare un inventario delle tecnologie che usate e valutarle una per una in base alla loro reale utilità, partendo dal presupposto che se qualcosa non trova una giustificazione dovrebbe essere eliminata. Io ho già cominciato questo processo: ho abbandonato una serie di social che non usavo quasi mai, e cancellato dal mio cellulare tutte le applicazioni tranne 30 (!), compresa l’email (comunque non rispondevo quasi mai dal telefono), perciò da questo punto di vista mi sono molto avvicinato agli amish. Devo cominciare a cercarmi un calesse.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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