Perché inventiamo sempre nuovi problemi

24 luglio 2018 10:18

In questo mondo è tutto così terribile o le cose stanno migliorando? È un tema di cui si discute molto perché entrambe le cose sembrano vere. Da una parte, sarebbe sciocco non tener conto delle statistiche (povertà, violenza e malattie stanno veramente diminuendo); dall’altra, non possiamo ignorare le orribili notizie che sentiamo ogni giorno. Perciò sono grato a un affascinante studio, pubblicato di recente dalla rivista Science, che getta nuova luce sulla questione. Anche se parte da una domanda apparentemente assurda che sembra non avere niente a che fare con l’argomento: come definireste un “puntino blu”?

Ai partecipanti all’esperimento sono state mostrate centinaia di puntini di colori che andavano dal viola intenso al blu scuro, e per ciascuno dovevano dire se era blu o no. Ovviamente, più il puntino era scuro, più le persone tendevano a dire che lo era. Ma la cosa interessante è successa quando i ricercatori hanno cominciato a ridurre la percentuale dei puntini blu.

Espansione strisciante del concetto
Più quelli che lo erano oggettivamente diminuivano, più la definizione di blu dei soggetti si allargava e cominciavano a classificare come blu anche quelli violacei. La loro idea di blu era diventata più estesa, un fenomeno che gli autori dello studio hanno chiamato “cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza”. Questo chiaramente non ha niente a che vedere con problemi sociali come la povertà e il razzismo, o forse sì.

Qualcuno sostiene che viviamo in un’epoca in cui concetti come quelli di “trauma” o di “violenza” sono stati estesi fino a includere cose di cui quasi nessuna generazione precedente si sarebbe preoccupata (il termine usato in inglese per questo fenomeno è concept creep, l’estensione strisciante del concetto).

Da qui nasce l’idea che un certo modo di parlare equivale a una violenza. O che lasciar andare da solo a scuola un bambino di otto anni significa abbandono di minore. O, per prendere un esempio dall’attuale dibattito sull’identità di genere, che mettere in discussione il modo in cui una persona preferisce spiegare la propria esperienza di genere significa negare il suo diritto all’esistenza.

Dalle fasi successive dello studio sui puntini blu è emerso che “il cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza” influisce anche su questo. Per esempio, se chiediamo a un gruppo di persone di classificare una serie di facce come “minacciose” o “non minacciose” e poi riduciamo il numero delle prime, definiranno minacciose anche facce dall’espressione più neutrale.

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Se chiediamo di classificare una serie di proposte come morali o immorali, e riduciamo il numero di quelle immorali, i soggetti allargheranno il loro concetto di “immorale” anche a quelle morali. Per dirla con Dan Gilbert, uno degli autori dello studio, “quando i problemi diventano meno numerosi, cominciamo a considerare più cose come un problema”.

Questo ha enormi implicazioni per le persone con una mentalità progressista, perché fa pensare che, anche se le cose stanno migliorando, abbiamo difficoltà a percepirlo, perché tendiamo a vedere nuovi problemi. Il che non significa che non siano reali. Questo atteggiamento non è sempre sbagliato. Per usare l’analogia di Gilbert, è giusto che un medico del pronto soccorso consideri più urgente una ferita da arma da fuoco rispetto a un braccio fratturato, mentre se non c’è nessuna ferita da arma da fuoco da curare, fa benissimo ad allargare il suo concetto di “urgenza” a un braccio fratturato. Ma è anche vero che un neurologo non dovrebbe allargare la sua definizione di “tumore al cervello” solo perché non ne ha riscontrato nessuno.

Per quanto riguarda i problemi sociali – o i nostri personali – la questione sta nel chiederci se la cosa che ci preoccupa è più del primo o del secondo tipo: un problema veramente serio, o uno che abbiamo praticamente inventato? Sembra che niente stia migliorando, ma forse abbiamo questa sensazione perché continuiamo a spostare i paletti.

Da ascoltare
Dato che secondo le statistiche il mondo sta migliorando, non dovremmo smettere di preoccuparci? I sostenitori delle due tesi ne discutono in The new optimism, una puntata del podcast Intelligence squared.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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