Riflettere sul passato fa bene al presente e al futuro

15 gennaio 2019 11:00

Una constatazione tristemente comune a proposito della vita di oggi – fatta di solito in relazione all’interminabile bombardamento di notizie politiche – è che gli eventi di un paio di anni fa, o addirittura di un paio di mesi fa, sembrano successi da una vita. A pensarci bene è strano, perché l’altra constatazione tristemente comune sulla vita moderna è che tutto (comprese le notizie) si muove troppo velocemente.

Ma se i due anni e mezzo passati dal referendum sulla Brexit sembrano un secolo, significa che il mondo si muove troppo lentamente, non troppo velocemente.

Non possono essere vere entrambe le cose, e perciò apprezzo il tentativo dello studioso di letteratura americano Alan Jacobs di riprendere un concetto che spiega meglio la nostra situazione: quello di “larghezza di banda temporale”.

Catena infinita
Questa espressione è presa in prestito dall’Arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon, in cui un personaggio la definisce come “l’ampiezza del nostro presente: più rifletti sul passato e sul futuro, più la tua larghezza d’onda è ampia, più sei una persona solida”.

Il problema non è tanto la rapidità degli eventi, quanto la nostra visione ristretta del presente: “Tutto quello che è accaduto più di una settimana fa finisce nella pattumiera della storia”, scrive Jacobs, il quale sospetta che la nostra larghezza di banda temporale sia diventata pericolosamente sottile, forse come non lo è mai stata finora.

Se vogliamo coltivare una larghezza di banda più ampia è più facile rivolgerci al passato che non al futuro

Eppure, come saprete, secondo la psicologia popolare “vivere il momento presente” è la cosa migliore da fare: dobbiamo evitare di rimuginare troppo sul futuro o sul passato, perché farlo ci provoca ansie o rimpianti inutili. C’è una parte di verità in questo. Ma è compatibile con una maggiore consapevolezza del posto che occupiamo nel trascorrere del tempo, in quanto anelli di una catena di antenati e discendenti che si estende all’infinito in entrambe le direzioni.

E se vogliamo coltivare una larghezza di banda più ampia, dice Jacobs, è più facile rivolgerci al passato che non al futuro. Leggere vecchi libri. Visitare vecchi edifici. Passare un po’ di tempo in posti che nel corso dei secoli non sono molto cambiati. Così cominceremo a renderci conto dell’assurdità di quello che C.S. Lewis chiamava “snobismo cronologico”, l’idea che un’opera d’arte, o qualsiasi altra cosa, dev’essere migliore o più importante semplicemente perché è presente ora.

Dal punto di vista del futuro, il 2019 non sarà diverso da un qualsiasi anno di un certo “periodo” dei secoli bui, o della guerra fredda, con tutto il suo apparato di illusioni e supposizioni che con il senno di poi sembreranno insensate.

Non si può parlare di larghezza di banda temporale senza citare Donald Trump, una creatura che segue gli impulsi del momento e deve il suo potere alla mentalità “presentista” della cultura contemporanea (se dopo una settimana tutti li hanno dimenticati, gli scandali non contano). Ma concentrarsi su di lui sarebbe eccessivamente “presentista”.

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Anche lui passerà, quello che conta è chi o che cosa verrà dopo. Jacobs sostiene che una larghezza di banda temporale ristretta ci impedisce di vedere i grandi cambiamenti storici, che tendono a verificarsi – per citare un personaggio di Ernest Hemingway a proposito dell’esperienza della bancarotta – “gradualmente e poi improvvisamente”. In questo momento stanno succedendo alcune cose di enorme importanza. Il problema è se qualcuno di noi ha la più pallida idea di quali siano.

Da ascoltare
In un’affascinante puntata del podcast On being, il francescano Richard Rohr consiglia di “imparare a fidarsi del tempo profondo”.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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