07 febbraio 2020 17:30

Il 5 febbraio, a Beverly Hills, è morto Kirk Douglas. Aveva 103 anni. Se non altro perché era l’attore preferito di mia madre è uno di quei divi di cui ho visto e rivisto tanti film. Mi poteva andare peggio, perché Kirk Douglas era un grandissimo attore, mai banale, nelle scelte oltre che nell’interpretazione del suo mestiere.


Vedendo tutti questi film, in famiglia, avevamo notato come fosse uno di quegli attori che a Hollywood amavano “accoppare”. Sono tantissimi i film alla fine dei quali Kirk muore, non sempre e non necessariamente da eroe. Mi piace pensare quindi che morire tante volte sullo schermo gli abbia allungato la vita, anche se leggendo la sua autobiografia, Il figlio del venditore di stracci (di cui consiglio vivamente la lettura), s’intuisce come fosse un uomo di una fibra superiore. Mi sento di potervi consigliare cinque film da pescare nella sua sconfinata filmografia, dando per scontati Spartacus e Orizzonti di gloria.


I primi due sono entrambi del 1951: L’asso nella manica, di Billy Wilder, un altro grande classico e poi Pietà per i giusti, di William Wyler. Stesso anno, stesso attore, due personaggi totalmente diversi, ideali per farsi un’idea del talento, della classe e dell’umanità di Kirk Douglas. Nel primo Douglas interpreta un cinico giornalista, pronto a sfruttare una tragedia per il suo tornaconto. Nel secondo (affiancato da una bellissima e struggente Eleanor Parker) invece è un detective sempre pronto a prendere le parti dei più deboli. Nel thriller politico Sette giorni a maggio di John Frankenhaimer, Douglas, accanto ad altri grandi attori come Frederic March, Burt Lancaster e la magnifica Ava Gardner, interpreta un colonnello con un gran senso dell’onore e una battuta memorabile.

Poi Uomini e cobra di Joseph L. Mankiewicz, del 1970, un western non classico, sporco e ambiguo, dove Douglas, criminale detenuto in un carcere sperduto nel deserto, ingaggia un duello con Henry Fonda, direttore “moderno” del penitenziario. Infine Holocaust 2000 di Alberto De Martino, un horroraccio del 1977 con qualche venatura politica, esempio di quei progetti non scontati in cui l’attore era capace d’imbarcarsi e utile anche per capire la tenacia di Douglas, quando la sua carriera cominciava a declinare.


La risacca degli Oscar riduce al minimo le uscite in sala. In realtà le scelte non mancano. Intanto Birds of prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn di Cathy Yan, seguito di Suicide squad, è un divertente cinecomic (Dc Universe) al femminile con il bonus di Margot Robbie come protagonista. La dottoressa Harley Quinn non è più la fidanzata del Joker. Per superare la rottura e sopravvivere a nuove minacce Harley unisce le forze con Black Canary (Jurnee Smollett-Bell), Huntress (Mary Elizabeth Winstead) e con il detective Renee Montoya (Rosie Perez), dando vita alle Birds of prey.


Al polo opposto dello spettro dell’esperienza cinematografica troviamo Alice e il sindaco, commedia francese del “rohmeriano” Nicolas Parisier. Fabrice Luchini interpreta il sindaco di Lione, un uomo politico in fase discendente. Il suo staff, per rilanciarne le ambizioni, gli affianca una giovane letterata, interpretata da Anaïs Demoustier. Il sindaco riprende slancio, ma forse non nella direzione immaginata dal suo staff.

E poi ci sono gli Oscar. Chi vincerà? 1917? Sam Mendes? Joaquin Phoenix? Renée Zellwegger? E Parasite? E Bong Joon-ho? Quest’anno vi risparmio il giochino dei pronostici, che sembrano scontati e forse, proprio per questo saranno sovvertiti. Vedremo tra domenica notte e lunedì mattina.