Nella notte tra domenica 12 e lunedì 13 marzo al Dolby theater di Los Angeles andrà in scena, in tutto il suo splendore e senza restrizioni dovute al covid, la cerimonia di consegna dei premi Oscar. Gli onori di casa li farà Jimmy Kimmel: speriamo che nessuno lo prenda a pugni, se non per scherzo. Proviamo invece a individuare i favoriti alla vittoria in alcune categorie. Solo alcune, ovviamente per motivi di spazio. Non ce ne vogliano gli appassionati dei film d’animazione, tanto più che sembra scontata la vittoria di Pinocchio di Guillermo del Toro.

Ma davvero Everything everywhere all at once, saltando su e giù tra universi infiniti e imprevedibili vincerà come miglior film? Nonostante una trama che sembra più vicina a un film Marvel che a un classico senza tempo “da Oscar”, non c’è nessun apparente motivo per cui non dovrebbe trionfare. Il film di Daniel Kwan e Daniel Scheinert (i Daniels) ha vinto più o meno tutto quello a cui è stato candidato (tranne i Bafta, gli “Oscar britannici” dove ha fatto piazza pulita il panzer tedesco di Netflix, Niente di nuovo sul fronte occidentale, che però in California probabilmente si dovrà accontentare del premio per il miglior film internazionale). In più sarebbe la definitiva consacrazione per la casa di produzione newyorchese A24, una delle realtà più innovative e interessanti del cinema statunitense. Ma con gli Oscar non si può mai dire, e quindi occhio a Maverick, perché Tom Cruise ha tanti tanti amici.

Michelle Yeoh potrebbe essere la prima interprete asiatica a vincere l’Oscar come migliore attrice protagonista. Basterà per superare la concorrenza di Cate Blanchett? La sfida tra le due attrici è appassionante, ma Michelle Yeoh il premio lo merita tutto. Lydia Tár è un osso duro, ma l’interpretazione di Yeoh è non solo sfaccettata ma anche molto coinvolgente e commovente. In più ai componenti dell’Academy piace sempre fare la storia e un’occasione come questa potrebbe non ripresentarsi in tempi brevi.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Meno appassionante il duello per la migliore interpretazione maschile. Austin Butler, con il suo Elvis, sembra già avere la statuetta in tasca. A Hollywood piace molto vedere gli attori mascherati da personaggi storici o famosi. Dal Gandhi di Ben Kingsley al Winston Churchill di Gary Oldman, passando per Jamie Foxx di Ray e Rami Malek di Bohemian rhapsody. Ma nelle ultime settimane ha ripreso quota il nome di Brendan Fraser, protagonista di The whale. Perché, in effetti, a Hollywood piace anche chi interpreta malati e infermi. Tuttavia è quasi impossibile che il protagonista di una pellicola che non è in nomination come miglior film riesca a vincere. Ma se questo duello finisse per dividere l’elettorato, a sorpresa potrebbe spuntarla Colin Farrell (Gli spiriti dell’isola), che ha una solida base di ammiratori tra gli elettori dell’Academy.

Per le attrici non protagoniste si può fare un discorso simile. Nella sfida appassionante tra il totem hollywoodiano Jamie Lee Curtis, a cui tutti vorremmo dare un Oscar, e Angela Bassett, regina madre di Wakanda e unica nomination nera tra attori e attrici, a cui non ci sentiremmo mai di negare un Oscar, potrebbe spuntarla Kerry Condon, la dolce Siobhán degli Spiriti dell’isola. La vittoria di Ke Huy Quan come attore non protagonista in Everything everywhere all at once sembra l’unica che nessuno vuole davvero mettere in discussione. Forse anche perché segna un ritorno all’infanzia, quella del Tempio maledetto per chi ha qualche anno di più, quella dei Goonies per chi ha qualche anno di meno.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Pochi dubbi anche sui Daniels che sembrano i vincitori annunciati dell’Oscar per la miglior regia. Ma anche in questo caso meglio non dare nulla per scontato e occhio quindi a quel vecchio volpone di Spielberg, il cui premio potrebbe essere anche una compensazione (altra pratica che piace molto ai votanti dell’Academy) per la mancata assegnazione di altre statuette, viste le sette nomination.

Molto probabile la vittoria di Everything everywhere all at once, e quindi dei Daniels, per la migliore (e più delirante) sceneggiatura originale. Anche se, per la solita regola della compensazione, non si può dare per vinto Martin McDonagh (Gli spiriti dell’isola). Più incerta la sfida per la sceneggiatura non originale tra l’adattamento del grande classico Niente di nuovo sul fronte occidentale, quello di Vivere (il film, non il libro) di Akira Kurosawa, firmata da Kazuo Ishiguro (Living) e infine quello di Donne che parlano di Miriam Toews, firmata da Sarah Polley, anche regista di Women talking, per cui facciamo timidamente il tifo.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Per il miglior film straniero il favorito assoluto è Niente di nuovo sul fronte occidentale, anche alla luce delle ben nove nomination totali e del fatto che una di queste è quella come miglior film. È successo una sola volta che un titolo candidato come miglior film dell’anno e miglior film internazionale (Karl e Kristina, tra l’altro candidato in due anni diversi), non abbia vinto l’Oscar per il film “straniero”. Addirittura a Parasite di Bong Joon-ho è riuscita la doppietta. Nel derby tra Netflix e PrimeVideo quindi sono davvero poche le possibilità per Argentina, 1985.

Finiamo con la categoria dei migliori documentari. Il più accreditato alla vittoria finale è Navalny, dedicato allo strenuo oppositore di Putin, sopravvissuto a diversi attentati e che il regista Daniel Roher è riuscito a intervistare. L’attualità e l’immediatezza del film dovrebbero farlo prevalere sulla commovente storia dei vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft, raccontata da Sara Dosa in Fire of love, e sul Leone d’oro veneziano, All the beauty and the bloodshed, di Laura Poitras (già vincitrice dell’Oscar per Citizen four).

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it