Il leader dei Democratici svedesi Jimmie Åkesson festeggia i risultati elettorali nella sede del partito a Stoccolma, il 9 settembre 2018.

In Svezia la paura dei migranti ha favorito l’estrema destra

Il leader dei Democratici svedesi Jimmie Åkesson festeggia i risultati elettorali nella sede del partito a Stoccolma, il 9 settembre 2018.
10 settembre 2018 11:24

Per tutti quelli che sono cresciuti sentendo parlare del “modello svedese”, basato sull’egualitarismo e su un welfare generoso, all’avanguardia nei diritti delle donne e nella difesa dell’ambiente, i risultati delle elezioni del 9 settembre sono stati uno shock. Anche se alcuni sondaggi avevano previsto un’affermazione ancora più netta dell’estrema destra, la sua avanzata distrugge l’immagine idilliaca di un paese, per molti versi, esemplare.

Di sicuro la Svezia è stata un esempio nel 2015, quando è stata il paese europeo che ha accolto il maggior numero di profughi in rapporto alla popolazione. Malgrado lo sforzo, la Svezia ha comunque mantenuto una crescita sostenuta, un avanzo di bilancio e un tasso di disoccupazione molto basso. Difficile fare meglio.

Eppure l’aumento vertiginoso dei voti conquistati dai Democratici svedesi, un partito di estrema destra, dimostra che la questione dell’accoglienza dei migranti non ha risvolti solo economici, sociali o relativi alla sicurezza: è innanzitutto una questione identitaria, in un paese che un tempo presentava un’omogeneità culturale assoluta e che nel giro di una generazione si è trasformato in una società multiculturale.

Reazione a freddo
Il paradosso del successo dei Democratici svedesi è che arriva proprio quando il numero dei nuovi arrivati è sceso al livello più basso dal 2015. Insomma non possiamo parlare di una reazione a caldo a una crisi in corso.

Il tema dei migranti, più che la causa, è il sintomo di un dilemma che coinvolge la Svezia, e buona parte dell’Europa. Il modello svedese, che a volte è stato difficile da mantenere, ha creato un’identità nazionale molto netta. La Svezia di oggi, però, si è allontanata da quell’immagine: il paese è stato trasformato dalla globalizzazione, che ha portato disuguaglianza sul piano sociale e concorrenza su quello economico, due motivi d’insicurezza.

Gli errori europei degli ultimi dieci anni hanno finito per minare le certezze degli svedesi, lasciando il campo libero a una formazione politica ostile agli immigrati e sostanzialmente euroscettica. I Democratici svedesi erano inizialmente un piccolo gruppo neonazista, ma hanno saputo trasformarsi in una forza nazionalista meno divisiva cavalcando l’astio generalizzato verso gli stranieri.

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Il Partito socialdemocratico ha ottenuto il maggior numero di voti, ma ha anche registrato il risultato peggiore degli ultimi cent’anni, dimostrandosi incapace di riportare il dibattito pubblico sulle questioni legate all’assistenza sociale, mentre l’estrema destra si ostinava a parlare solo di immigrati.

Passato lo stupore suscitato dai risultati elettorali, bisognerà capire chi governerà la Svezia, dato che nessuno dei due blocchi tradizionali – quello di destra e quello di sinistra – potrà imporsi senza creare alleanze.

I Democratici svedesi cercheranno di continuare a condizionare il dibattito in Svezia e in Europa, con la speranza di diventare, in futuro, il primo partito del paese. Cosa che potrà succedere se i partiti tradizionali non troveranno una risposta alle paure degli elettori e alla necessità di dare un nuovo senso al “modello svedese”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questa rubrica è uscita su France Inter.

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