21 maggio 2020 10:04

Il ritmo della pandemia incalza inesorabilmente. Mentre l’Europa apre i confini e gli Stati Uniti tentennano, è il turno dell’America Latina. Va avanti così dall’inizio dell’anno: l’epidemia, come un’onda, colpisce un continente e poi passa al successivo.

Il virus è arrivato in America Latina a fine febbraio – il primo caso è stato diagnosticato in Brasile, un viaggiatore di ritorno dall’Italia – ma l’epidemia ha avuto bisogno di tempo per raggiungere tutti i paesi del continente e devastarli senza eccezioni.

Come accade nel resto del mondo, anche in America Latina la pandemia sta evidenziando le fragilità (note o sconosciute) delle comunità, all’interno delle quali le disuguaglianze lampanti sono aggravate dal virus e dalle catastrofi che provoca. Le classi più povere sono duramente colpite, e il sistema sanitario paga una palese mancanza di investimenti.

Il problema del cibo
In Cile, paese che attraversa una profonda crisi sociale da mesi prima dell’esplosione dell’epidemia, l’annuncio del blocco nella regione della capitale ha causato accese proteste a causa delle carenze alimentari. A marzo una prima fase di isolamento si era conclusa fin troppo presto, ed è stata seguita da una ripresa dei contagi. Nei quartieri popolari la situazione è diventata esplosiva, con scontri tra la polizia e la popolazione che reclama un aiuto alimentare.

Il paese più vasto e popoloso del Sudamerica, il Brasile, è anche il principale focolaio della pandemia in America Latina nonché il terzo al mondo, dopo gli Stati Uniti e la Russia, con trecentomila casi di contagio e ventimila morti.

La vita in una favela brasiliana durante l’epidemia


In Brasile, tra l’altro, bisogna considerare il fattore Bolsonaro, presidente molto ”trumpiano” che inizialmente ha negato l’esistenza della pandemia e che tuttora si oppone alle misure di isolamento prese dai governatori e dai sindaci. Bolsonaro si è schierato dalla parte dei manifestanti anti-isolamento e ha perso due ministri della sanità nell’arco di poche settimane. La volontà di imitare Trump ha portato il presidente brasiliano a promuovere l’idrossiclorochina, con un tocco personale: “La gente di destra prende l’idrossiclorochina”, ha dichiarato in tono provocatorio.

L’irruzione del covid-19 in America Latina non è stata clemente con i capi di stato populisti, sia di destra sia di sinistra. In Messico il presidente Andrés Manuel López Obrador, schierato a sinistra, ha annunciato diverse volte la fine dell’epidemia e ha spinto per la ripresa della produzione industriale sotto le pressioni degli Stati Uniti. Tuttavia una ong messicana afferma che il numero reale di decessi nel paese sarebbe quattro volte superiore alla cifra ufficiale.

L’emergenza economica ha colpito ferocemente anche altri paesi. L’Argentina si trovava già in una crisi profonda, e il virus le ha dato il colpo di grazia. Il 22 maggio Buenos Aires rischia di andare in default per la nona volta nella sua storia.

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In Perù, secondo paese più colpito del continente, un terzo dei lavoratori ha perso il proprio impiego. Nonostante il governo abbia introdotto tempestivamente diverse misure per l’isolamento, gli abitanti delle regioni più povere non sono nelle condizioni di rispettarle e di conseguenza sono state travolte dal virus.

L’America Latina è un crudele promemoria del fatto che la pandemia non è finita, e che l’apertura progressiva che stiamo vivendo in Europa non rappresenta affatto la fine di questa triste pagina della storia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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