26 marzo 2021 09:59

Qual è stata l’ultima volta in cui un segnale di speranza è arrivato dalla Libia, nei dieci anni di convulsioni continue dopo la caduta di Gheddafi?

Da qualche giorno i libici mostrano un prudente ottimismo in seguito alla formazione di un governo unificato, nato sotto l’egida dell’Onu e capace di ottenere il sostegno delle istituzioni di Tripoli e anche del parlamento installato nella zona orientale del paese, il tutto con un cessate il fuoco che sta reggendo ormai da ottobre.

L’evento meritava l’appoggio dell’Europa, preoccupata dal caos libico a poche miglia dalle coste italiane. Per esprimere questo sostegno i ministri degli esteri di Francia, Italia e Germania si sono ritrovati il 25 marzo, per qualche ora, a Tripoli.

Prudente ottimismo
È un evento tutt’altro che scontato, considerando che gli europei sono stati a lungo divisi sulla Libia, con Italia e Francia addirittura impegnate in una rivalità. Jean-Yves Le Drian, Luigi Di Maio ed Heiko Maas hanno espresso con una sola voce l’appoggio dell’Europa al primo ministro Abdul Hamid Dbaibah e al suo tentativo di pacificare un paese gravemente ferito.

Il sostegno francese è importante anche alla luce della dichiarazione rilasciata all’inizio della settimana da Emmanuel Macron, che ha riconosciuto il “debito” francese nei confronti della Libia per l’intervento militare del 2011, su iniziativa di Parigi, a cui sono seguiti dieci anni di caos. L’Italia punta molto su questa nuova situazione in Libia. Dopo Di Maio, ad aprile toccherà al capo del governo Mario Draghi visitare Tripoli, senza dubbio con l’Eni nei pensieri.

A Tripoli l’ottimismo si mescola alla prudenza, perché gli ostacoli di certo non mancano. Tuttavia anche i rappresentanti della società civile che hanno incontrato i tre ministri europei hanno parlato di sviluppi positivi.

La Libia ha fatto tanta strada. Due anni fa Tripoli era assediata dagli uomini del maresciallo Haftar, capo militare della zona orientale sostenuto dalla Russia, dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti, e che un tempo incontrava i favori anche della Francia (ufficialmente per la sua lotta al terrorismo). L’intervento turco ha salvato Tripoli, ma al prezzo di una presenza militare ingombrante.

Obiettivo complesso
L’insuccesso di Haftar ha dimostrato che una soluzione militare era impossibile, e a quel punto è stato necessario riannodare i fili di un processo politico zoppicante. Alla fine anche Haftar ha espresso il suo sostegno al nuovo esecutivo.

L’obiettivo del governo è complesso: rimettere in moto uno stato in frantumi, garantire i servizi di base a una popolazione sfiancata da anni di caos, disarmare le milizie che hanno proliferato ovunque e, infine, compito tutt’altro che semplice, organizzare elezioni presidenziali e legislative credibili il prossimo 24 dicembre.

Il trio europeo ha espresso un sostegno politico entusiasta a questo piano, che di sicuro avrà bisogno di un appoggio internazionale per la parte più delicata del programma: la partenza dei combattenti stranieri, contenuta nell’accordo per un cessate il fuoco, ma non ancora scontata.

In Libia, infatti, operano mercenari siriani su entrambi i fronti, oltre ai paramilitari russi del gruppo Wagner a est e ai soldati turchi a ovest.

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Il governo chiede la partenza rapida dei mercenari siriani, delle compagnie militari private come la russa Wagner o la turca Sadat, e infine dei soldati di altri stati. La Turchia accetterà questa richiesta dopo aver investito tanto nella crisi libica? Le tensioni di certo non mancheranno.

Nel frattempo il governo vuole mostrare ai libici che grazie agli introiti petroliferi (finora congelati) potrà assicurare una transizione ordinata, senza dimenticare nessuno. È il primo passo di una lunga marcia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)