11 novembre 2021 09:58

Appena un mese fa un gruppo di giornalisti di tutto il mondo, l’International consortium of investigative journalists – tra cui figura la squadra investigativa di Radio France – pubblicava i Pandora papers, rivelazioni scaturite dall’analisi di milioni di documenti provenienti da uffici specializzati nella finanza offshore e incentrate sull’evasione fiscale e i redditi non dichiarati.

La procedura di destituzione votata il 9 novembre dalla camera bassa del parlamento cileno nei confronti del presidente Sebastián Piñera deriva direttamente da quelle rivelazioni, e più precisamente da un contratto con cui la famiglia del presidente ha venduto la sua partecipazione in un gruppo minerario per 138 milioni di dollari, passando dalle Isole Vergini britanniche, noto paradiso fiscale.

Circostanza aggravante, la vendita era condizionata alla cancellazione di alcune regole per la tutela dell’ambiente che avrebbero penalizzato le attività del gruppo minerario. Il presidente ha negato qualsiasi coinvolgimento, ma nel clima politico agitato del Cile la sua parola non ha impedito un voto negativo alla camera bassa. Di sicuro Piñera sarà salvato dalla camera alta, dove servirebbe una maggioranza dei due terzi dei votanti, ma resta il fatto che la vicenda pesa parecchio sul clima delle elezioni presidenziali in programma il 21 novembre.

Ogni ondata di rivelazioni è un importante promemoria del fatto che queste pratiche illegali non si fermano

Nei Pandora papers figurano i nomi di 35 capi di stato (attuali o ex), di cui 14 in America Latina. Piñera è uno dei tre presidenti latinoamericani in carica a essere tirato in ballo dai documenti.

Queste inchieste giornalistiche sono diventate un fenomeno ricorrente dopo la prima grande ondata, quella dei Panama papers del 2016. Un consorzio internazionale di giornalisti investigativi coordina il lavoro di centinaia di persone sparse in tutto il mondo. All’origine dei Pandora papers c’è l’operato di 600 giornalisti appartenenti a 150 testate in 117 paesi. Per analizzare i milioni di documenti forniti dagli informatori è indispensabile un lavoro collaborativo e innovativo, e quest’opera minuziosa ha una grande virtù: fa calare una spada di Damocle mediatica su chi pratica l’evasione fiscale privando il proprio paese degli introiti dovuti.

Le rivelazioni hanno un doppio impatto. Innanzitutto permettono agli stati di recuperare somme importanti, anche se a volte espongono i giornalisti a enormi rischi. A Malta Daphne Caruana Galizia stava indagando sui risvolti locali dei Panama papers quando è stata uccisa da un’autobomba, nel 2017. La successiva inchiesta ha svelato legami politico-mafiosi e ha provocato la caduta del primo ministro.

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Il secondo effetto è quello di mantenere alta la pressione sui governi affinché lottino contro i paradisi fiscali, una battaglia piena di ostacoli. Ogni ondata di rivelazioni, dai Panama ai Pandora papers passando per i Luxleaks e gli Swissleaks, è un importante promemoria del fatto che queste pratiche illegali non si fermano.

Il mese scorso il primo ministro ceco ha perso le elezioni pochi giorni dopo che il suo nome era apparso nei Pandora papers. Questa settimana tocca al presidente cileno. L’impunità non è sparita, ma è diventata più incerta. Senza dubbio il merito è di questa rete di giornalisti d’inchiesta, a cui spettano grandi elogi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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