Ci sono diversi aspetti interessanti nel viaggio di Vladimir Putin in Medio Oriente, a cominciare dal fatto che sia stato organizzato. Da marzo, infatti, sul presidente russo pende un mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale, e da allora Putin ha visitato solo paesi sicuri per lui, come la Cina o gli stati dell’ex Unione Sovietica. Quello in Medio Oriente è un modo per mostrare ai russi che il loro leader non è un paria.

Anche le tappe del viaggio sono significative: Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, entrambe nel corso di un’unica giornata. Il 6 dicembre Putin è negli Emirati per la Cop28, facendo però attenzione ad arrivare dopo la partenza dei leader occidentali. Il presidente francese Emmanuel Macron e la vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris erano infatti presenti la settimana scorsa. Il tempismo è perfetto. Gli Emirati hanno un’altra particolarità: sono uno snodo molto utile per aggirare le sanzioni internazionali.

L’Arabia Saudita è invece partner di Mosca nell’ambito dell’accordo Opep+, utile alla Russia e ai principali produttori di petrolio per fissare il prezzo del greggio. L’intesa è rimasta in vigore malgrado l’invasione dell’Ucraina, con buona pace degli statunitensi, che speravano in una partecipazione dei sauditi nella manovra di isolamento della Russia.

Putin, evidentemente, resta un attore di primo piano in Medio Oriente. Andando nella regione in pieno conflitto tra Israele e Hamas, il presidente russo dimostra che il suo paese è ancora una potenza che conta, nonostante sia impantanato nella guerra in Ucraina.

La Russia ha salvato il regime di Bashar al Assad in Siria e mantiene una base navale a Tartous, poco lontano dal territorio israeliano. Di recente il Cremlino si è riavvicinato parecchio all’Iran, che ha fornito all’esercito russo droni utilizzati in Ucraina. Il 7 dicembre Putin riceverà a Mosca il presidente iraniano Ebrahim Raisi per completare il giro di incontri cominciato in Medio Oriente.

Oggi il presidente russo è un personaggio fondamentale in un momento in cui l’intero Medio Oriente teme un allargamento del conflitto tra Israele e Hamas, con un’intensa attività dell’Iran e un considerevole impiego di forze militari da parte degli Stati Uniti.

Volendo essere cinici potremmo dire che qualsiasi elemento capace di distogliere l’attenzione dalla guerra in Ucraina è una risorsa per Putin. Il conflitto in Medio Oriente rientra alla perfezione in questa categoria.

Sarà per questo che dopo il 7 ottobre Putin ha sacrificato il suo rapporto stretto con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per un posizionamento più classico a favore dei palestinesi? La Russia si è perfino avvicinata a Hamas, non proprio un partner naturale del Cremlino.

Questo viaggio in Medio Oriente del leader del Cremlino non avrà conseguenze concrete sul conflitto in corso, ma aiuterà la Russia nella sua battaglia per conquistare il favore dell’opinione pubblica mondiale.

In questo modo Mosca potrà continuare ad accusare gli occidentali di adottare due pesi e due misure, sostenendo l’Ucraina e rimanendo indifferenti di fronte al destino dei palestinesi, nel disprezzo del diritto internazionale. Putin sa bene che questo argomento, nel contesto attuale, gli permette di far dimenticare l’Ucraina.

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