05 ottobre 2020 16:24

A ripercorrere dall’inizio la storia dei cimiteri dei feti si può tornare indietro di circa vent’anni, perché è una storia che dura da tanto, tra le denunce delle donne fin qui inascoltate dalla politica. Viene alla ribalta ora grazie a un post diventato virale su Facebook. Marta Loi, dopo aver affrontato un aborto terapeutico, ha trovato il suo nome affisso su una croce, in un campo del cimitero Flaminio di Roma. Lo ha fotografato (“Un’immagine vale più di mille parole”, scrive), lo ha pubblicato, ha raccontato la sua rabbia e la sua angoscia nel leggere di “prodotti del concepimento”, “feti”, settimane di gestazione, nello scoprire la sua storia, il suo lutto, la sua vicenda privata associata al simbolo di una religione in cui non si riconosce e in cui non crede. Ha mostrato il campo coperto di croci contrassegnate da nomi e cognomi di donne, spesso straniere, gran parte all’oscuro di questa pratica, di questa macabra distesa: la maggior parte delle sepolture, per uno di quegli sgambetti della burocrazia che ora si vorrebbe far apparire come uno sfortunato incidente, ma che incidente non è affatto, avvengono all’insaputa delle donne.

A seguito di questa denuncia, altre donne hanno raccontato le loro storie confermando quella di Marta, così che l’associazione Differenza donna ha deciso di avviare una class action, il garante della privacy ha aperto un’istruttoria, la capogruppo della lista Zingaretti alla regione Lazio, Marta Bonafoni, ha firmato un’interrogazione consiliare regionale per risalire a tutti i passaggi che hanno portato a questa stortura e procedere a rivedere il regolamento.

Bisogna infatti capire come dalla possibilità, da sempre garantita a tutti, di dare sepoltura ai bambini nati morti, si è passati a una sorta di obbligo di sepoltura dei feti abortiti. A seguire la storia dei vari iter che hanno portato sin qui ci si perde fra vuoti normativi, volontarietà, possibilità, firme di moduli, affissioni di annunci in bacheca, evasività al centralino di ospedali, asl, Ama, servizi cimiteriali, fino ad arrivare alla distinzione in settimane gestazionali nei documenti di bioetica stilati da luminari di università cattoliche su richiesta di associazioni prolife, utili a mostrare dove andare a forzare. Perché i vari movimenti per la vita ci lavorano da un pezzo. Nell’ombra. Nelle zone grigie della legge e dei regolamenti di polizia mortuaria. Cercando appigli e confidando ora sull’appoggio ora sulla distrazione, o la non comprensione delle implicazioni, da parte della politica. Giocando sul fatto che le donne che abortiscono volontariamente, una volta risolto quello che in Italia viene reso a tutto gli effetti un problema, non vogliono pensarci più e che quelle che invece hanno vissuto il dramma di una gravidanza voluta ma impossibile da portare a compimento, cerchino poi di superare il trauma senza dover partecipare, pure, a una contesa sui “resti”. Contando sul fatto che si tratta, anche, spesso, di donne straniere.

Una violenza istituzionale
Forti della loro tradizione millenaria in tema di lutto e del loro monopolio sui riti della fine, le varie associazioni di ultrà cattolici occupano territori, piazzano bandierine (croci, in questo caso), stringono alleanze con aziende sanitarie e amministrazioni regionali o comunali da anni.

I soggetti sono sempre gli stessi: l’associazione Difendere la vita con Maria per prima (era il 1999 quando stringeva il primo accordo con l’asl di Novara e negli anni successivi sono arrivate Lombardia, Marche, Campania e altre amministrazioni comunali in tutta Italia), la comunità Papa Giovanni XXIII di don Benzi, Massimo Gandolfini di Difendiamo i nostri figli, l’Armata bianca (un nome che è tutto un programma, soprattutto per un’associazione che si occupa di bambini e che dichiara che la coroncina del rosario dev’essere una fionda: qui più che la difesa, vale l’attacco). Tutti loro erano al congresso mondiale delle famiglie a Verona nell’aprile del 2019, quello dove si regalavano portachiavi a forma di feto e si tentava allegramente l’assalto ai diritti delle donne e delle persone lgbt, alle famiglie degli altri con la benedizione di Salvini, Meloni, Pillon e qualche pope russo arrivato al seguito di ministri ungheresi e ambasciatori polacchi.

Facendo leva su una questione che esiste – l’elaborazione del lutto per una gravidanza non portata a compimento, il desiderio di alcune donne di avere un luogo per ricordare bambini nati morti, la gestione delle pratiche – queste associazioni non stanno rendendo un servizio, non stanno facendo beneficenza, non si stanno prendendo carico dei problemi degli altri: se ne stanno appropriando per le loro battaglie ideologiche. Mentre celebrano funerali con processioni cantilenanti, approntano bare di cartone, stilano registri di nomi di bimbi, stanno in realtà portando avanti la loro battaglia sul corpo delle donne.

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Non potendo attaccare frontalmente la legge 194 (perderebbero e lo sanno), la aggirano. La svuotano con l’obiezione di coscienza, spazio ottenuto all’epoca come concessione perché il provvedimento passasse, ma aumentato a dismisura, tanto che proprio gli aborti terapeutici sono diventati i più difficili. Alla violenza di esperienze da incubo (l’ultima è quella raccontata all’Espresso da una donna di Roma, una delle tante, lasciata sola, senza informazioni, senza epidurale, senza assistenza continua perché i medici non obiettori sono pochissimi, a fronteggiare anche una “specialista” neocatecumenale che la invitava a prendere in considerazione l’idea di far nascere una bambina con gravi malformazioni cardiache e un’aspettativa di vita di tre anni tra sofferenze indicibili), si è aggiunta questa violenza istituzionale dei nomi sulle croci.

Le donne che negli anni hanno continuato a vigilare lo hanno denunciato da subito, da quando con la legge 40 gli estremisti cattolici ottennero di veder sanciti per legge i diritti del “concepito” opposti a quelli della madre, da quando il feto venne considerato un cittadino separato dal corpo che lo generava. Nel 2006, a Milano, proprio a seguito di quella legge, dei ripetuti attacchi a diritti acquisiti, dell’insistere sulla procreazione che tornava prepotentemente al centro del dibattito politico e legislativo, ci fu una grande manifestazione per ribadire che le donne rifiutavano queste ingerenze, queste manipolazioni della loro storia e dei loro corpi. Periodicamente, insomma, la questione esce fuori e le donne devono tornare in piazza a fronte di movimenti che lavorano senza tregua e con l’appoggio delle istituzioni.

Grazie a Marta Loi, che ha sollevato questo problema postando una foto che rappresenta e sintetizza tutta la stratificazione di ostacoli e violenze vissute dalle donne in questo paese, la parte terminale di un percorso a ostacoli in cui devono districarsi da sole finché la politica continuerà a essere assente, complice, o semplicemente in ritardo.

Correzione, 7 ottobre 2020
Nella prima versione di questo articolo la comunità Papa Giovanni XXIII veniva annoverata erroneamente tra le associazioni che hanno partecipato al congresso mondiale delle famiglie a Verona nell’aprile del 2019.