Non è chiaro al momento quanto le truppe turche si spingeranno oltre i confini settentrionali dell’Iraq, né per quanto tempo. Per ora nella loro operazione contro i militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) si stanno dirigendo rapidamente verso Kani Rash, nell’ostile zona di frontiera dei monti Qandil e Sinjar, nel nord dell’Iraq.

Dopo il sanguinoso successo ottenuto con la conquista di Afrin, la roccaforte dei curdi delle Unità di protezione del popolo (Ypg) in Siria, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha esteso la sua offensiva all’est della Siria e al nord dell’Iraq. Con la tacita approvazione degli Stati Uniti, Ankara ha fretta di ampliare la sua invasione militare a quello che Erdoğan ha definito il “corridoio del terrore”.

Il 22 marzo, durante la festività nazionale del Nowruz, il capodanno curdo, l’aviazione turca ha bombardato molti villaggi nel Kurdistan iracheno, provocando la morte di quattro civili. Invece di dare la colpa all’esercito turco, il governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg) ha puntato il dito contro il Pkk. In una dichiarazione rilasciata dopo l’attacco, il portavoce del Krg, Sifin Dizayee, ha attribuito al Pkk la responsabilità delle tragiche morti: “È a causa della sua presenza dentro i confini iracheni che l’aviazione turca ha bombardato i nostri villaggi”.

L’atteggiamento dell’Iraq nei confronti dell’invasione turca è ambiguo. Nel corso della sua ultima visita ad Ankara, il ministro degli esteri iracheno, Ibrahim al Jaafari, ha accettato di collaborare con la Turchia contro il Pkk, ma ha chiesto un maggiore coinvolgimento di Baghdad e il ritiro delle truppe turche dal nord dell’Iraq. La Turchia ha già centinaia di soldati a Bashiqa, che si trova 25 chilometri a nord di Mosul, e alcuni mezzi d’informazione turchi hanno parlato della possibilità di istituire una nuova base militare nell’Iraq settentrionale. Gli iracheni temono che la presenza militare turca possa diventare eterna.

Il 23 marzo Al Jaafari ha condannato l’attacco dell’aviazione turca su tre villaggi nella provincia di Erbil affermando che “non contribuisce a migliorare i rapporti tra i due paesi vicini”, e ha ribadito che l’Iraq respinge qualsiasi presenza militare all’interno dei suoi confini. Non è però facile fermare Erdoğan né capire fino a dove si spingerà. “Se avete intenzione di occuparvene voi, fatelo”, ha dichiarato Erdoğan in una minaccia diretta al governo iracheno. “Se non ci riuscite, allora potremmo entrare all’improvviso nella zona del Sinjar una notte ed eliminare tutti gli esponenti del Pkk presenti”. Potrebbe farlo presto o decidere di aspettare dopo le elezioni irachene previste per maggio, quando potrebbe avere una maggiore collaborazione da parte dell’Iraq. Nessuno può dirlo.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it