23 marzo 2020 15:10

Tre mesi fa il giovane manifestante Muntather, 21 anni, mi chiedeva “Che succederà se il nostro petrolio finisce o se il prezzo diminuirà drasticamente?”. Non aspettava una mia risposta. Questa era una delle preoccupazioni per il suo futuro. Ora quel suo incubo è diventato un’eventualità molto probabile per l’economia irachena.

Tre economisti hanno previsto che ci stiamo avviando verso un declino catastrofico della nostra economia, dopo la caduta dei prezzi del petrolio a 26 dollari al barile. È il prezzo più basso dal 2003. Il bilancio statale per l’anno 2020 (da 137 miliardi di dollari) si basa sulla stima del prezzo del barile a 56 dollari. Questo bilancio non è finora stato discusso, perché dallo scorso settembre siamo senza un governo. Per i prossimi mesi c’è il timore che i dipendenti pubblici possano restare senza stipendi (56mila miliardi di dinari iracheni).

Test inatteso
Secondo Mohamed Shiaa al Sudani, membro della commissione per la pianificazione strategica del parlamento iracheno, il deficit di bilancio raggiungerà i 50 miliardi di dollari. Il politico ha affermato: “Stiamo entrando anche noi nella crisi globale scatenata dalla diffusione del coronavirus”. È così.

Oggi un medico iracheno in un ospedale di emergenza mi ha detto che molto presto il virus prenderà piede anche in Iraq. Nonostante il coprifuoco del governo e la fatwa (l’opinione giuridica) del grande ayatollah Ali al Sistani, migliaia di sciiti iracheni si sono recati a piedi in pellegrinaggio al mausoleo dell’imam Kadhim, vicino a Baghdad. Un assembramento così grande in un piccolo santuario può essere molto rischioso in questi tempi di epidemia.

Questi due virus, quello che colpisce la salute pubblica e quello che sta per abbattersi sull’economia, costituiranno un test inatteso per il sistema confessionale iracheno in preda alle crisi di governo, che per la terza volta non è riuscito a formare un nuovo esecutivo.

(Traduzione di Francesco De Lellis)